Condannato a morte

Il mercoledì 3 aprile 1957 si apre il processo. L’Avv. Baudet,
uomo di grande fede, pronuncia una appassionata arringa
di difesa e chiama anche il padre di Jacques a testimoniare
sulle tristi condizioni della adolescenza e della giovinezza del figlio
. (La mamma, nel frattempo, era morta lasciando un grande vuot
o nel cuore di Jacques). Il padre si presenta ubriaco e vestito
in un modo stravagante. L’Avv. Baudet inorridisce, ma spera che questa
circostanza possa aprire gli occhi ai giudici per formulare un giudizio,
che tenga conto delle reali attenuanti: Jacques, invece,
che era presente in aula, si sente profondamente umiliato
dal comportamento del padre e abbassa la testa per la vergogna.
Il 6 aprile 1957 (giorno del compleanno di Jacques: compiva 27 anni!)
viene annunciata la sentenza: Jacques spera che la circostanza
del compleanno sia di buon auspicio per una benevola sentenza.
Viene invece condannato a morte: condannato alla ghigliottina!
É un fulmine che lo lascia sbigottito e quasi impietrito. La prima reazione
di Jacques fu un totale smarrimento della sua anima: ed è più
che comprensibile! Intanto Jacques viene accompagnato in carcere
e lasciato solo nella sua cella e nel suo dolore.

Cade in ginocchio ed esclama “Signore, aiutami! Ti offro la mia
sofferenza!”. Gli sembra già di vedere la terribile ghigliottina
e avverte dei brividi di paura che gli attraversano tutto il corpo.
Ma poi egli ricorda la voce sentita nella notte della sua conversione:
“Jacques, tu ricevi le grazie della tua morte!”. E trova un attimo di pace.
Dopo due mesi di lotta interiore, arriva a scrivere: “Non resta che una
cosa da fare: ignorare tutto questo odio, per cercare in sé e intorno
a sé Colui che instancabilmente attende l’anima percossa e disperata
per darle un tesoro che rifiuta di dare al mondo. È necessario amare
coloro che ci percuotono e un giorno si udrà, come il buon ladrone
crocifisso: ‘In verità ti dico: oggi stesso tu sarai in Paradiso!'”.

L’Avv. Baudet prepara il ricorso in cassazione e lascia come ultima carta
la richiesta di grazia al Presidente della Repubblica, Coty. Jacques lascia
fare, ma ormai è convinto che tutto sia inutile: egli sarà ghigliottinato!
Scrive all’Avv. Baudet: “Fate tutto ciò che il vostro dovere vi impone,
affinché la vostra coscienza sia in pace. Ma io non sarò graziato.
D’altra parte, se lo fossi, sarei profondamente turbato, perché a due riprese
Dio mi ha detto: ‘Tu ricevi le grazie della tua morte’. Dio si è impadronito
della mia piccola anima. Un velo si è squarciato e se continuassi a vivere
non potrei mai rimanere sulla vetta che ho raggiunto. È meglio che io muoia”.

Jacques vive la condanna a morte come una autentica occasione di martirio:
come una vocazione ad amare fino al segno estremo, in comunione
con Gesù, il condannato del Golgota. La sua anima è talmente aperta
all’Amore da arrivare a scrivere parole toccanti alla suocera che si lamentava
per certi atteggiamenti di ingratitudine manifestati da alcuni nei confronti
di Jacques: “Non scrivere la parola “ingratitudine”. Colui che trova ingrato
il proprio fratello, non vuole la felicità di lui ma la propria. Ed è in questo
ostacolo che molti inciampano. Bisogna donare se stessi; bisogna
che tu comprenda che il giorno in cui ti dimenticherai completamente
di te, un torrente di grazie scenderà nel tuo cuore e la gioia e la pace
ti saranno date con una profusione che non puoi nemmeno supporre.
Non c’è salvezza fuori della croce! Lo comprendi?”.
Sono parole di una bellezza incomparabile, che profumano
del prodigio del perdono cristiano.

di Mons. Angelo Comastri
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