L’ETERNO DISSE: “IO SONO COLUI CHE SONO”

 


 

Esodo 3:13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» Esodo 3:14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono».
Cari fratelli, non ho parole per poter esprimere dovutamente la magnificenza, la forza, la gloria e la potenza di tale affermazione!

Nel cercare di immaginare questa esperienza vissuta da Mosè, non vedo un Dio che grida o usa un tono roboante e minaccioso per imprimere quel sacro terrore in un piccolo misero uomo affinché ne capisca l’importanza quasi ne dipendesse la Sua esistenza, ma una pacata, serena dolce e calma affermazione di una realtà che nulla e nessuno potrà mai scalfire!

Dio esiste indipendentemente dal fatto che l’uomo creda nella Sua esistenza o meno. Dio non ha bisogno che l’uomo creda in Lui per poter esistere!

Già solo questo pensiero mi fa piegare le ginocchia e non mi resta che inchinarmi a Lui per renderGli gloria!

Colui che ha ricevuto Cristo e sia stato da Lui riempito del Suo Santo Spirito, porta in se questa immensa eterna realtà.
Egli è divenuto Figlio di Dio e ne porta la Sua essenza.

Un Cristiano rimane tale a dispetto dell’incredulità altrui – un non-cristiano, non lo diventa quand’anche convincesse tutto il mondo del contrario! Non bastano e non servono le nostre parole per mutare la sostanza di ciò che è!

Una rosa con un altro nome rimane una rosa, e un cactus che venga chiamato rosa non ne porta il profumo!

Fratelli, voi che avete sperimentato la gioia di questa realtà, non avete bisogno di prove ne di conferme, ma avete una certezza che niente e nessuno può mutare!

“Se anche vi annunciassero un Vangelo diverso, siano essi anatema!”

Non credetegli! NON ASCOLTATELI!

Essere figli di Dio non è il risultato di un convincimento della nostra mente, ma l’opera potente messa in atto dal nostro Creatore!

Essa non dipende dalla nostra conoscenza, ne dai nostri miseri inutili sforzi – non avviene in seguito al seguire dottrine, ma solo in base alla misericordia e all’amore di Dio, che trasforma questa carne mortale, in un immortale corpo rivestito della Sua gloria!

Non mi vergogno a dire che piango col cuore stracolmo di riconoscenza ogni qualvolta percepisco la meravigliosa opera della Sua mano, e dati i miei limiti, mi rendo a mala pena conto di quanto Egli si adoperi per farmelo comprendere.

Vorrei parlarvi di un miracolo

Molti conosceranno la vera storia di Ellen Keller, avendo visto il film il cui titolo è: “Anna dei miracoli”;

Questo film che è per me tra i più belli, intensi, educativi, istruttivi, commoventi che abbia mai visto, riprende una vicenda reale narrata da una insegnante (Sullivan), di una bambina sordomuta (Ellen Keller). La bambina era tenuta dai genitori in uno stato di passività protettiva, dove si accontentava ogni suo pur minimo capriccio. L’amore era in realtà commiserazione, la bambina cresceva ma non come donna bensì come un “grazioso” animaletto. Il compito dell’insegnante Sullivan è proprio quello di risollevarla dallo stato di ferinità a quello umano dovendo lottare però contro la dorata gabbia compassionevole che i genitori le avevano costruito intorno, tanto che la bambina ne era ormai prigioniera-gratificata. La lotta è durissima, ma l’insegnante con forza riesce ad imporre un altro punto di vista, per primo ai genitori e poi alla stessa bambina, la quale lentamente sente quello sforzo non più come un’invasione arbitraria ma come l’unica e vera espressione di amore capace di condurla alla sua realizzazione.

Il film è epico nel raccontare questo passaggio e quando la bambina si “sveglia dal suo torpore” e s’innalza dal mero vivere vegetativo al mondo dei significati, vi è un’esplosione emotiva raramente raggiunta in un film. La bambina correva felice, ad ogni oggetto dava un nome e ogni nome era lo svelamento di un universo simbolico. Il compito dell’insegnante si conclude, i genitori, a loro volta educati, hanno ora veramente una figlia d’amare. La scena finale è meravigliosa: l’insegnante sta preparandosi per la partenza, entra nella sua stanza la bambina, si mette sulle sue ginocchia e così, con muta intensità, esprime la sua infinita gratitudine.

Io mi sono sentito come quella bambina, sordo, cieco e muto – incapace di comprendere e di comunicare, ignaro della costante opera di Dio nel volermi riportare a Lui – con pazienza, tenerezza, a volte con mano ferma e dura disciplina, ma col solo intento di farmi scoprire quanto mi amasse!

Come vi siete sentiti quando avete compreso?

Lo so, non ci sono parole, come parole non aveva quella bimba, ma quella carezza e quel tenero abbandono fra le braccia della maestra, sono state più che sufficienti ad esprimere tutta la sua riconoscenza.

A quel misero uomo, sordo, cieco e muto, incapace di comunicare e comprendere, destinato a morire (ma non ancora morto), che a volte si comporta peggio di un animale, ma che animale non è in quanto creato ad immagine di Dio, Egli ha mostrato compassione ed ha sofferto fin sulla croce affinché comprendesse l’amore che nutre per le Sue creature. Egli ha compiuto tutto, e non vedo perché mai dovremmo stupirci se nella Sua immensa bontà, Egli ci abbia fornito della capacità di percepirLo e la facoltà di accettarLo.

E’ la Sua mano troppo corta? La Sua capacità limitata? Teme il rifiuto? Ha bisogno dell’uomo per essere Dio? NO! NO! NO!
Eppure ci brama come un genitore desidera il figlio, e come ogni genitore sa, un figlio che non lo ricambia non gli reca nessuna gioia.

Un egoistico possedere, una forzata appartenenza non hanno nessun valore!

Voglio ancora dirvi cari fratelli, che l’aver ceduto, l’esservi sottomessi a Lui, non porta nessun vanto ne alcun merito, ma solo riconoscenza perché è Lui ce ne ha dato la facoltà! A Lui sia la gloria e l’onore per sempre!

da: Soldati di Cristo Gesù
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