Un giorno nella vita (racconto)

Le mani adunche cercano frenetiche qualcosa da afferrare, un lembo di lenzuolo, il pannolone da strappare, il catetere o qualsiasi altra cosa gli sia d’ostacolo e che lo tiene prigioniero in quell’incubo dal quale fuggire.

Nel suo delirio febbricitante, ci racconterà una volta ripresosi, di torme di topi che gli divoravano il viso e dell’angoscia straziante del senso di colpa dall’aver causato la morte dei suoi operai – voci d’accusa, sebbene non vere, dalle quali non potersi difendere – sta vivendo il suo inferno, ed io, costretto a tenerlo fermo per evitargli di strapparsi la flebo, divento un carceriere, un nemico che lo tormenta e gli impedisce di raggiungere casa… il suo letto… quei luoghi a lui familiari che significano la pace e la fine delle sue sofferenze.

Un’altra notte a vegliare un malato sconvolto dalle reazioni post operatorie, una lunga notte scandita dal lampeggiare delle lucine verdi del monitor – la saturazione… la frequenza cardiaca… la pressione…

La temperatura gli è salita di colpo – faccio scorrere più velocemente la flebo e lo ricopro di ghiaccio. Gli sistemo la mascherina dell’ossigeno e continuo la battaglia contro quelle mani che incontrollate scuotono le sbarre del letto.

Per alcuni istanti si placa, stremato e ansimante mi cerca e con gli occhi mi rivolge una supplica… “lasciami andare…”

Non è facile, non lo è per niente se fai questo lavoro con coscienza e non hai costruito un muro che ti impedisca di partecipare alle sofferenze del malato.

Prima di raggiungere l’ospedale sono passato da una mia paziente alla quale è stata amputata una gamba e qualche dito dell’altro piede. Bisogna abituarla all’utilizzo della protesi per permettergli un minimo di autonomia e non dover rimanere relegata a letto sconfitta e abbandonata.

La parte più difficile non è quella tecnico-riabilitativa, ma farle vincere la paura e lo sconforto.

Abituata a lavorare sin dalla più giovane età, ora teme di essere messa da parte come una cosa vecchia e inutile, anzi un peso da sopportare malvolentieri da parte di coloro per i quali a sacrificato la sua esistenza.

Prima di lasciarla mi ha sorriso… la nostra vera vittoria.

Lungo il percorso per l’ospedale ho raggiunto un amico afflitto da una grave forma depressiva – la recente scomparsa del padre e la separazione dalla compagna hanno aggravato la sua situazione – e rimanere da solo gli provoca dei forti stati d’ansia – gli faccio compagnia e lo coinvolgo nei miei progetti con la radio – la cosa lo entusiasma e gli occupa i pensieri… anche lui ora sorride, almeno per un pò.

Nel corridoio i pazienti bisbigliano indicando l’ultima stanza… c’è sentore di morte.

Approfitto della presenza degli infermieri per andare a prendere un pannolone e delle garze – mi avvicino al letto del morente per una carezza sulla fronte e rivolgo qualche parola di conforto a quella donna affranta dall’agonia del marito.

Ritorno nella mia stanza e il vicino di letto tossisce fino a restare senza respiro. Si lamenta perchè non riesce a dormire da tre notti, e per la luce accesa e i rumori che faccio nell’accudire il mio paziente e un sacco di altre cose… in realtà di notte russa e scorreggia come un maiale, ma per alcuni il lamentarsi non è solo un diritto ma quasi un dovere.

Il cinguettio degli uccelli annuncia il nuovo giorno – è ora di lavare e cambiare il paziente e affrontare i parenti ansiosi di sapere come è andata la notte.

Sono fuori.

Un’ora di sonnacchioso bus verso casa mi attende, sperando che ci sia un sedile libero… niente da fare, ma quello è il meno… una sudamericana chiacchiera al cellulare per tutto il tempo gridando come fosse al mercato e senza quasi prendere respiro… ma che avranno mai da dirsi? E soprattutto, come riuscivano a sopravvivere prima dei cellulari?

Sono a casa.

Una controllata alle email – rispondo a dei messaggi e mi becca un’amica su skype… è urgente, ha bisogno di un consiglio.
Dopo un’ora mi saluta più tranquilla.

Sento il bisogno di stendermi. La schiena è a pezzi, le gambe gonfie e gli occhi mi bruciano…
il sonno quasi mi coglie di sorpresa quando squilla il cellulare…

– “Sono disperato… sono tre giorni che non mangio e…”

– “Ok dai, vieni quì che ti aspetto.”

– La strada è dura per chi non ha nulla ed è in guerra con il mondo.

Quando gli apro la porta, un tanfo di orina mi colpisce in piena faccia – probabilmente per il freddo non si sarà tolto i vestiti da mesi.

“Mentre preparo da mangiare fatti un bagno… poi vai nell’armadio e prendi quel che ti serve.”

– Si è scelto il maglione migliore… per un momento ho sperato non lo facesse… nello stesso istante ho sentito una voce dentro che diceva:

“Se non ti costa qualcosa il dare, non hai dato nulla!”

– “Signore perdonami…!”

Prima che riparta gli lascio qualche euro che mi è avanzato dopo aver pagato le bollette di luce e affitto.

“Signore… ho bisogno di stare un pò con Te!”

“Volevo ringraziarti per tutto quello che mi hai dato e per questo giorno di vita che mi hai concesso al Tuo servizio…
Sai Signore, sono preoccupato per quella sorella… sono un pò di giorni che non la sento, e poi c’è la figlia di quel fratello che è in gravi condizioni…

– non ti dispiace se mi sdraio un pò? – come dici? Quel che conta è la posizione del cuore e non del corpo? Grazie Signore…

…ti dicevo… anche l’altra mia cara sorella è preoccupata per suo figlio… e poi…

scusa Signore… mi si chiudono gli occhi…

quei poveretti… il terremoto… la guerra… c’è… ci sono… i miei figli… e poi… e… poi…”

“Ora riposa figliolo, dormi sereno, veglio io su di loro.”

Timmy Love

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...