Il vero servo di Dio vive secondo la Sua Parola

L’importanza di non conformarci al mondo
(ROMANI 12: 1-2)”Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi, il che è il vostro ragionevole servizio, quale sacrificio vivente, santo e accettevole a Dio. E non vi conformate a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio.”

“Il termine conformismo indica una tendenza a conformarsi ad opinioni, usi e comportamenti già definiti in precedenza e politicamente o socialmente prevalenti. (…) si definisce conformista colui che, ignorando o sacrificando la propria libera espressione soggettiva, si adegua e si adatta nel comportamento complessivo, sia di idee e di aspetto che di regole, alla forma espressa dalla maggioranza o dal gruppo di cui è parte. (…) L’origine del conformismo risiede molto spesso nella radice animale dell’essere umano che attinge le sue paure dalla solitudine fuori dal branco. È una sorta di comportamento mimetico: l’individuo si nasconde nell’ambiente sociale nel quale vive, assumendone i tratti più comuni, in termini di modi di essere, di fare, di pensare. Il senso di protezione che ne deriva rafforza ulteriormente i comportamenti conformisti.(…) normalmente le persone non conformiste hanno già sviluppato un livello di coscienza diverso che permette loro di poter sfidare i comportamenti comuni senza soffrirne. Solitamente si hanno personalità non conformiste negli artisti, negli scienziati, nei filosofi, negli statisti e nei santi, quindi in tutti coloro che si danno la possibilità di libera espressione di se stessi fuori dalla forma già predefinita dall’ambito sociale e storico in cui vivono”. (Wikipedia).

Non conformatevi alla mentalità di questo secolo….

 

rivestirsi
Ai tempi di San Paolo, anche quelli che erano passati dal paganesimo alla fede nel Signore,  amavano trascorrere il pomeriggio con gli amici partecipando ai giochi circensi, così come oggi noi stiamo attaccati per ore ed ore alla televisione, al computer, ai videogiochi, al nostro sito o a fb…..
Questo è l’inganno del maligno ed è anche la nostra stoltezza! L’uomo è così preso da tanti affanni che non vuole più  o non può trovare più un tempo per la preghiera, tempo per discutere nella famiglia e con gli amici della nostra realtà spirituale che è la cosa più importante della nostra esistenza. Cerchiamo di distaccarci, da questa confusione, dal  clamore e dagli affanni, offrendo al Signore il nostro tempo, meditando sul cammino spirituale che stiamo facendo. Il Signore, ci farà capire se la nostra anima ha fatto un passo in avanti oppure sta retrocedendo, viviamo  di più il nostro tempo come vuole davvero Dio da noi. “Come figli ubbidienti, non conformatevi alle passioni del tempo passato, quando eravate nell’ignoranza; ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1:14-15)

(ROMANI 12: 3) “Infatti, per la grazia che mi è stata data, dico a ciascuno che si trovi fra voi dinon avere alcun concetto più alto di quello che conviene avere, ma di avere un concetto sobrio, secondo la misura della fede che Dio ha distribuito a ciascuno.”

Per poter arrivare alla vera spiritualità dobbiamo avere maggior consapevolezza di chi siamo realmente, dei nostri limiti e delle nostre debolezze. L’umiltà è la consapevolezza dei propri limiti e della propria inferiorità nei confronti degli altri e il non inorgoglirsi o esaltarsi per i propri meriti o virtù. L’umiltà è un’attitudine profonda del nostro cuore che ci da la consapevolezza delle nostre debolezze, mettiamo noi stessi nella condizione di vedere gli altri maggiori di noi, e questa è vera spiritualità.Dobbiamo avere un concetto sobrio di noi stessi.  nella chiesa facciamo parte di un medesimo corpo ed affinché questo funzioni bene dobbiamo stare lontani dal male, anche dal male strisciante come l’invidia verso i fratelli che hanno posizioni, secondo il nostro pensiero “privilegiate”, poiché il Signore ha posto ciascuno nel corpo come ha voluto”.
Ricordiamoci che  “un sol corpo in Cristo” significa che, in quel corpo ognuno di noi è un organo diverso dotato di funzioni diverse. Il corpo è un organismo dove ogni parte svolge il compito che gli è affidato per il bene e l’armonioso funzionamento dell’insieme. Nella comunità cristiana ognuno deve capire, con l’aiuto degli altri (che sono chiamati a riconoscerlo) quale sia la sua funzione: “Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione…”. Tutti hanno una propria funzione, nessuno deve pensare di essere inutile! Ciascuno ha “carismi differenti secondo la grazia che gli è stata concessa”. Vi sono coloro ai quali Dio ha dato il dono di annunciare la Parola del Signore, coloro che Dio ha dato capacità di insegnamento, coloro che hanno ricevuto particolari vocazioni di servizio, coloro che particolarmente sono portati all’incoraggiamento, chi è particolarmente generoso e fa opere di misericordia, chi ha capacità di presiedere le assemblee (fare da “moderatore”!) ecc. E’ meraviglioso come Dio operi attraverso altri credenti Dio, secondo i loro doni, per mio beneficio, e quanto sia importante che io dia loro il mio personale contributo! L’importante è farlo conformenente alla fede, con semplicità, con diligenza e con gioia!

Non rendete ad alcuno male per male

 

Romani 12
(ROMANI 12: 17-21)Non rendete ad alcuno male per male; cercate di fare il bene davanti a tutti gli uomini.  Se è possibile e per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, cari miei, ma lasciate posto all’ira di Dio, perché sta scritto:«A me la vendetta, io renderò la retribuzione, dice il Signore». «Se dunque il tuo nemico ha fame dagli da mangiare, se ha sete dagli da bere; perché, facendo questo, radunerai dei carboni accesi sul suo capo». Non essere vinto dal male, ma vinci il male con il bene.”
Una delle differenze sostanziali tra i cristiani ed il mondo è che i cristiani devono vincere il male con il bene. Il male non può essere estirpato, ma redento attraverso l’amore e la giustizia divina.
Potrebbe sembrare scontato che un discepolo di Gesù non debba vendicarsi per il male che eventualmente avesse ricevuto e che, anzi, debba perdonare ed amare persino i propri nemici. Paolo sa, però, ben conoscendo il cuore umano, quanto è facile, persino per un cristiano, trovare da obiettare all’insegnamento di Cristo e giustificare il proprio comportamento difforme.
L’esortazione che Paolo ha fatto in precedenza, vale a dire: “…dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere” (12:3) è, a questo riguardo, quanto mai pertinente. Spesso, infatti, abbiamo di noi stessi un concetto così elevato e tanto è il nostro orgoglio, da non sopportare che qualcuno “ci tocchi” in qualche maniera. Così, se qualcuno “osa” farci del male, ci sentiamo autorizzati a pretendere o a farci immediata giustizia sulla base del classico: “…ma come si permette? Lei non sa chi sono io!”. Certo, non è assolutamente giustificabile che qualcuno faccia del male a qualcun altro, ma qual è “il modo cristiano” per reagire in tali casi? A chi spetta eventualmente “fare giustizia”? Il principio è che “la giustizia privata” non è ammissibile, né nella nostra società, e, ancora di più, nella prospettiva di Cristo. L’amministrazione della giustizia è delegata a Dio.
Inoltre è l’uomo naturale, non quello spirituale, che per ogni azione buona vuole essere elogiato, gratificato e benvoluto da tutti. Queste persone però non hanno posto la  loro vita nella Parola di Dio ma nel loro egoismo e, quindi, nel successo delle loro opere malvagie! L’uomo spirituale, al contrario, anche negli errori quotidiani ripone la sua fiducia solo nella Parola di Dio che si identifica con Cristo Gesù! L’uomo naturale, davanti ad una persecuzione incessante e continua può resistere 1, 2, 3….. 10 volte; quest’infelice, però,  non avendo come scudo una forte fede nel Signore e non avendo il sostegno roccioso della Sua Parola, cade nella tentazione dicendo fra sé e sé:
“Costui deve finirla di ingiuriarmi e di perseguitarmi, altrimenti non sarò più padrone delle mie azioni! Se continua, me la pagherà cara!”
Il “problema” che Dio vuole trattare prioritariamente nella nostra vita è sempre quello della smisurata arroganza umana, arroganza che Dio intende piegare in noi per il nostro bene. Per farlo, Iddio potrebbe avvalersi persino del male che altri eventualmente ci fanno, affinché noi, venendone alla prese e risolvendolo nel modo che Dio vuole, forgiamo il nostro carattere ad immagine di Cristo.L’arroganza, infatti, che spesso ci spinge a farci le nostre vendette, è la stessa che ci porta ad essere indulgenti verso noi stessi ed inesorabili con gli altri. Ecco, così, come il Signore “imbriglia” la nostra passione vendicativa per persuaderci della maggior sapienza di lasciare l’esecuzione della giustizia a Lui. 

Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori

(Romani 13: 1-7) “Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono, sono stabilite da Dio. Perciò chi resiste all’autorità si oppone all’ordine di Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l’autorità? Fa’ il bene e avrai la sua approvazione,perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza. È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta a chi è dovuta l’imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l’onore a chi l’onore”.

In un tempo come il nostro, in cui più o meno giustamente ci si lamenta delle autorità civili e del dover pagare le imposte, le affermazioni e le esortazioni che Paolo fa in questo testo, ci rammentano principi tanto importanti quanto trascurati. Questo testo, di fatto, come altri di questa stessa lettera, è tale da suscitare in noi una marea di obiezioni. Anche in questo caso, dobbiamo fare molta attenzione a noi stessi: siamo di fronte, che ci piaccia o meno, ad una parola ispirata da Dio, anch’essa regola della nostra fede e della nostra condotta. Anche questa parola la dobbiamo onorare, comprendere e, sottomettendoci ad essa, applicarla diligentemente. Molto spesso il cristiano pensando di dover vivere dal mondo crede che non si debba aver rispetto delle regole imposte dalle autorità, le snobba e pensa di vivere la propria vita fuori di tutti gli schemi sociali. Noi, però, dobbiamo pensare che nulla di ciò che è in questo mondo non sia per volere di Dio, quindi anche i governi, i giudici, le tasse se ci sono è perchè Dio ha voluto così.
Il Nuovo Testamento non propone né discute particolari forme di governo, ma stabilisce la legittimità, in linea di principio, dell’ordinamento civile, dello Stato in quanto tale, al quale il cristiano, sebbene non acriticamente, è tenuto a sottomettersi. Ecco quindi, ancora una volta, la necessità di analizzare attentamente le nostre obiezioni pure a questo per verificare se esse sorgano da considerazioni legittime o piuttosto non nascano dalla stessa fondamentale e peccaminosa ribellione che ci porta a resistere a quanto Dio stabilisce come giusta regola del nostro comportamento, individuale e sociale. “Allora Gesù disse loro: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Marco 12:17).

Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge

(Romani 13: 8-14) “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri, perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti questi comandamenti: «Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non dir falsa testimonianza, non desiderare», e se vi è qualche altro comandamento, si riassumono tutti in questo: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L’amore non fa alcun male al prossimo; l’adempimento dunque della legge è l’amore.  E questo tanto più dobbiamo fare, conoscendo il tempo, perché è ormai ora che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo.  La notte è avanzata e il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Camminiamo onestamente, come di giorno, non in gozzoviglie ed ebbrezze, non in immoralità e sensualità, non in contese ed invidie. Ma siate rivestiti del Signor Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne le sue concupiscenze.

Noi tutti abbiamo “un debito di amore” verso gli altri. Abbiamo mai considerato l’amore sotto questa prospettiva? Io ti devo amore. Se tutti ragionassero in questo modo, pensate che mondo meraviglioso sarebbe il nostro! In realtà comunemente noi ragioniamo in tutt’altro modo. Siamo infatti sempre pronti sconsideratamente ad obiettare: “Io non ho mai ricevuto nulla da altri e non devo loro nulla!”. Non è così. Abbiamo innumerevoli motivi per il nostro dovere d’amare e nessuna giustificazione per non farlo, quand’anche, per il nostro amore, non fossimo contraccambiati.

Il debito d’amore che dobbiamo agli altri non si estinguerà mai, è sempre dovuto. Dobbiamo pagare altri tipi di debiti e, dopo un po’ di tempo, ne saremo sollevati perché il debito finalmente sarà estinto. Il debito dell’amore, però, continua per sempre ed è da pagarsi ogni giorno. “Strozzinaggio”? Un peso insopportabile? No. È insensato vederlo come un fardello. È impegnativo, ma Cristo dice: “Il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Matteo 11:30). Pagare questo debito d’amore non significa esaurire le nostre risorse, ma, di fatto, essere arricchiti, aumentarle. Dovrebbe essere un amore disinteressato, ma “il guadagno che essa procura è preferibile a quello dell’argento, il profitto che se ne trae vale più dell’oro fino” (Proverbi 3:14).

I cristiani dovrebbero amare in questo modo. A questo sono obbligati dal comandamento di Cristo, dall’amore di Dio e di Cristo verso di loro, dallo speciale rapporto che li lega come figli di Dio, fratelli e membra dello stesso corpo; nulla meno di questo amore è ciò che deve unire le chiese di Cristo, essendo il vincolo della perfezione loro necessario, per il loro conforto ed onore, come pure per manifestare la verità della loro professione di fede. “Rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione” (Colossesi 3:14).

Questo è il motivo in cui siamo servi volenterosi l’uno dell’altro, preghiamo l’uno per l’altro, portiamo il fardello l’uno dell’altro, ci sopportiamo vicendevolmente e ci adoperiamo diligentemente di fare ogni cosa nel modo migliore alla gloria di Dio. Il comandamento di Cristo è sempre nuovo, nuovo ogni giorno, non potrà mai essere considerato antiquato. “Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri” (Giovanni 13:34). L’amore di Cristo per Dio Padre e del Padre verso il Figlio è costante, così come i rapporti fra i credenti devono essere sempre costanti.

L’amore sarà sempre pagante e sempre dovuto, persino in cielo, per tutta l’eternità. Non si tratta però solo dell’amore verso i fratelli e le sorelle in fede, ma dell’amore verso il prossimo chiunque esso sia. L’amore è un debito che abbiamo verso ogni essere umano in quanto tale. Abbiamo tutti uno stesso sangue e siamo tutti stati fatti ad immagine di Dio. Siamo parte di una stessa famiglia, viviamo nello stesso vicinato, apparteniamo alla stessa nazione. Siamo chiamati ad amare anche i nostri nemici. “Così dunque, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10)“L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa” (1 Corinzi 13:4-7).

Una vista impostata  all’amore è conseguenza di una personale “esperienza di risveglio spirituale”. L’appello di Paolo è “la sveglia”, il “suono della tromba” che porta una persona alla coscienza. Allora ci si sveste della “camicia da notte” (le “opere delle tenebre”) e “ci si riveste” per indossare “le armi della luce”. Le “opere delle tenebre” è tutto ciò che dispiace a Dio (e che la Bibbia chiama peccato), spesso fatto in modo svergognato (“gozzoviglie e ubriachezze (…) immoralità e dissolutezza, (…) contese e gelosia”). Da tutto questo il cristiano “si sveste” per indossare “le armi della luce”. È la “divisa” confacente al Vero “soldato di Cristo” (un’immagine “militare” perché la vita del cristiano è una militanza contro il Male, non certo contro il sistema, noi siamo soldati spirituali non soldati carnali). Più ancora: si tratta di un vero e proprio rivestirsi del Signore Gesù, cioè “indossare” le Sue caratteristiche morali e spirituali, tanto da non aver più cura, come fanno gli increduli, di soddisfare tutti i desideri delle nostrepassioni carnali peccaminose.

È tempo, così che ci scuotiamo dalla “sonnolenza” che potrebbe ancora prendere il cristiano, che“beviamo un buon caffè” che ci scuota e non ci faccia attardare sulla via della fede, perdendo tempo, attardandoci, in cose non confacenti, non degne, della vocazione che abbiamo ricevuto.

Chi sei tu che giudichi il domestico altrui

non giudicare

(Romani 14: 1-9) “Or accogliete chi è debole nella fede, ma non per giudicare le sue opinioni. L’uno crede di poter mangiare d’ogni cosa, mentre l’altro, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi colui che non mangia, e colui che non mangia non giudichi colui che mangia, poiché Dio lo ha accettato. Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Stia egli in piedi o cada, ciò riguarda il suo proprio signore, ma sarà mantenuto saldo, perché Dio è capace di tenerlo in piedi. L’uno stima un giorno più dell’altro, e l’altro stima tutti i giorni uguali; ciascuno sia pienamente convinto nella sua mente. Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; chi non ha alcun riguardo al giorno lo fa per il Signore; chi mangia lo fa per il Signore e rende grazie a Dio; e chi non mangia non mangia per il Signore e rende grazie a Dio. Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e neppure muore per se stesso, perché, se pure viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore; dunque sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Poiché a questo fine Cristo è morto, è risuscitato ed è tornato in vita: per signoreggiare sui morti e sui vivi.”

In questi versetti Paolo tratta, così, di problemi originati dalla particolare situazione in cui si trovavano i cristiani di Roma. Fra di loro, infatti, vi erano ebrei che, pur avendo accolto l’Evangelo di Cristo, ancora ritenevano di dover seguire i cerimoniali religiosi tradizionali della legge mosaica. Osservavano diligentemente il sabato e le altre “feste comandate”, non mangiavano certi cibi e si premunivano di cucinarne altri secondo “le regole stabilite”, si sottoponevano a particolari cerimonie religiose e riti di purificazione, facevano uso di formulari di preghiere da recitarsi in particolari occasioni. Tutto questo e altro ancora, però, non era richiesto da Cristo, anzi, Cristo li avrebbe sollevati da tutte queste usanze. La loro coscienza, però, imponeva loro di continuare a fare in questo modo e condannavano, per altro, coloro che così non facevano come persone profane che disprezzano la legge di Dio. Nella comunità, d’altro canto, vi erano cristiani che provenivano dal mondo pagano, che nulla sapevano delle regole dei primi e che comunque Cristo non chiedeva d’osservare. Avevano compreso la libertà donata da Cristo e consideravano gli altri ignoranti e superstiziosi, rifiutandosi d’aver parte con loro. Paolo si propone di conciliare questi gruppi, affermando sì la libertà cristiana ma anche l’amore che porta necessariamente ad aver pazienza e tolleranza di coloro che, in queste questioni, hanno scrupoli e paure.

Perché dobbiamo “accogliere” i deboli nella fede con tolleranza e pazienza? Nessun paternalismo o presunzione di superiorità. Perché sia noi che loro siamo stati “accolti” da Cristo per grazia di Dio mediante la fede indipendentemente da quel che facevamo o non facevamo, indipendentemente dalla dignità o meriti che comunque non avevamo.Inoltre dobbiamo accogliere “i deboli nella fede” perché sono servi con noi (conservi) dello stesso Signore e non siamo noi a dover essere i loro giudici. È “il padrone” che valuta e giudica i propri servi, e i servi non hanno alcun diritto o privilegio sugli altri servi. Se sbagliano e cadono, scivolando indietro dalla giustificazione per fede alla giustificazione per opere, saranno“rimessi in piedi”dal Signore (se essi sono contati veramente fra i Suoi eletti). Iddio non solo è potente da rimetterli in piedi, ma da Lui solo dipende la “stabilità” di ciascuno nel Suo favore. Potranno anche coltivare l’idea errata, ad esempio, che siano stati loro stessi a “decidersi” per Cristo, che da loro e dall’osservanza di regole e precetti, dai loro sforzi, dipenda la loro salvezza. Non è così, e lo scopriranno a suo tempo. Nulla però giustifica noi, che lo abbiamo capito, a “sentenziare” a loro riguardo, a riprenderli aspramente, perché ciascuno, nelle proprie persuasioni, nelle “convinzioni della propria mente”, fa quel che fa per il Signore, e questo è ciò che più conta.  

Se viviamo, viviamo per il Signore. Come la vita naturale, così la vita spirituale deriva dal Signore ed i credenti vivono per fede a causa Sua e secondo la Sua volontà rivelata nella Parola, per il Suo onore e per la sua gloria – almeno questo è il loro desiderio. Se moriamo moriamo per il Signore. Affidiamo a Lui la nostra vita affinché ne faccia ciò che Gli sembra meglio. Se decide di far cessare la nostra vita terrena, così sia: significherà morire con Lui per essere con Lui e risorgere a nuova vita eterna con Lui. Vivere è dono del Padre che ci ha acquistati per Cristo. È la Sua grazia che ci rende volenterosi ad affidarci a Lui, in vita ed in morte, per la Sua gloria.

Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi. Tutta la vita di Cristo in terra, morte e risurrezione è stata per rivendicare ed affermare quest’unico principio e realtà. Cristo è il legittimo Signore di ogni vita e dell’universo intero. Infatti:“…bisogna ch’egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi” (1 Corinzi 15:25). Quanto è difficile imparare questa lezione fondamentale: Gesù è il Signore: tutto dipende da Lui e deve essere in funzione Sua. A Lui deve andare ogni onore e gloria! Spesso lo si afferma e confessa a parole soltanto. Di fatto, dietro alle parole più pie e religiose di tanti cristiani e chiese, c’è solo il servizio di noi stessi.Ecco perché pochi sono coloro che davvero sono e saranno salvati: quanti, infatti, sono disposti veramente a dare a Cristo il primato in ogni cosa rinnegando qualsiasi loro interesse personale! “E’ ingiusto!” risuonano solo le solite obiezioni del mondo, la patetica voce dei soliti vermetti presuntuosi…

Chi è, però, il Signore e quali debbono essere le conseguenze della Sua Signoria sulla nostra vita?

Conclusioni

umilità
Ricordiamo un attimo le vere attitudini del servo di Cristo
CHI ERA TIMOTEO?
Il significato del nome è: “Onorante Dio”. Suo padre era greco, molto probabilmente non credente, mentre sua madre e sua nonna erano ebree (Atti 16:1; 2 Timoteo 1:5).
Veniva da Listra dove Paolo fu lapidato e lasciato per morto (Atti 14:8-23).
I fratelli di Listra parlavano bene di lui (Atti 16:2).
La lezione per noi che ci deve venire dalla vita di Timoteo è che né i problemi di famiglia (veniva da una famiglia mista) né i problemi di carattere, né altro possono impedirci di servire il Signore, a meno che noi non lasciamo che i problemi siano d’impedimento al servizio.
È tragicamente possibile servire il Signore con motivazioni sbagliate: per mettersi in vista, perché qualcun altro lo sta facendo, perché qualcun altro ci spinge a farlo, per denaro, per evitare qualche altro tipo di lavoro, ecc.
Dobbiamo evitare di concepire il servizio per il Signore solo in termini di parole, come se l’importante fosse fare sempre prevalere il proprio punto di vista. L’opera di Dio è “per fede”non parole (1 Corinzi 2:1-5; 4:20; 1 Tessalonicesi 1:5; Romani 14:17).

Che il Signore ci guidi sempre più verso il servizio che vuole da ognuno di noi.
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