Il mistero più grande

 

 

Non c’è da stupirsi se le persone riflessive trovano che l’Evangelo di Gesù Cristo sia difficile da credersi, perché la realtà di cui si occupa va al di là della comprensione umana. Ma è triste il fatto che tanti rendono la fede ancor più ardua di quanto sia in realtà, trovando delle difficoltà nei punti sbagliati.

Prendiamo l’espiazione ad esempio. Molti hanno problemi a riguardo. Come si fa a credere, essi chiedono, che la morte di Gesù di Nazaret – un uomo solo, che spirò su una forca romana – fece piazza pulita dei peccati di tanti? Come può quella morte avere una valenza oggi per il perdono di Dio dei nostri peccati?

Oppure, prendiamo la risurrezione, che pare essere un vera pietra d’inciampo per molti. Come si può credere, essi domandano, che Gesù risuscitò fisicamente dai morti? D’accordo, è difficile negare che la tomba fosse vuota – ma non è ancor più difficile credere che Gesù ne uscì con una vita corporale eterna? Non è più facile dar credito a teorie tipo un temporaneo ritorno alla vita dopo una perdita di sensi o il trafugamento del corpo, anziché alla dottrina cristiana della risurrezione?

O ancora, prendiamo la nascita verginale, che fra i protestanti di questo secolo è stata ampiamente negata, la gente chiede come si fa a credere a una simile anomalia biologica.

Oppure prendiamo i miracoli riportati negli Evangeli; sono in molti a trovare delle difficoltà in questo aspetto. Ammesso, dicono, che Gesù abbia operato delle guarigioni (di fronte all’evidenza dei fatti è difficile dubitarne, e in ogni modo la storia ha conosciuto altri guaritori), come si può però credere che Egli abbia camminato sull’acqua, o dato da mangiare a cinquemila persone, o risuscitato dei morti? Storie del genere sono certamente a dir poco incredibili. A causa di questi e altri simili problemi, molte menti ai margini della fede si sentono oggi profondamente perplesse.

 

 

 

 

DIO INCARNATO

 

In realtà, la vera difficoltà, il mistero supremo che l’Evangelo ci presenta, non si trova affatto in queste cose accennate sopra. Risiede, non nel messaggio di espiazione del tradizionale “venerdì santo” né nel messaggio di risurrezione del giorno di Pasqua, ma piuttosto nel messaggio natalizio dell’incarnazione. La dichiarazione cristiana veramente sconvolgente è che Gesù di Nazareth era Dio fattosi uomo — che la seconda persona della Divinità divenne “il secondo uomo” (I Corinzi 15:47), determinando il destino umano, il secondo capostipite rappresentativo della razza, e che Egli rivestì l’umanità senza perdere la deità, così che Gesù di Nazareth era veramente e completamente divino nella stessa misura in cui era umano.

Ecco due misteri in uno: la pluralità delle persone all’interno dell’unità di Dio, e l’unione della divinità e dell’umanità nella persona di Gesù. È qui, in ciò che avvenne in quel primo Natale, che risiedono le profondità più abissali e insondabili della rivelazione cristiana.

“E la Parola divenne carne” (Giovanni 1:14); Dio divenne uomo; il Figlio di Dio diventò un ebreo; l’Onnipotente apparve sulla terra sotto le spoglie di un bimbo umano indifeso, incapace di fare altro che stare coricato, sgranare gli occhi, agitarsi e far sentire la propria voce; un neonato bisognoso di essere nutrito, cambiato, ammaestrato come un qualsiasi altro bambino. E in questo non c’erano né illusione né inganno: l’infanzia del Figlio di Dio fu una realtà. Più ci si pensa, più la cosa diventa sconvolgente.

Ecco la vera “pietra d’inciampo” del Cristianesimo. È qui che hanno fallito ebrei, musulmani, unitariani (o anti-trinitariani), testimoni di Geova, e molti di coloro che provano le difficoltà succitate (vale a dire, la nascita verginale, i miracoli, l’espiazione e la risurrezione). È dalla miscredenza o da una fede come minimo inadeguata intorno all’ incarnazione che di solito sorgono difficoltà anche su altri punti del racconto evangelico.

Ma una volta che l’incarnazione è capita come una realtà, queste altre difficoltà scompaiono. Se Gesù non fosse stato altro che un uomo fuori del comune e particolarmente pio, la difficoltà a credere in ciò che il Nuovo Testamento ci dice della Sua vita incredibile e delle Sue opere straordinarie sarebbe davvero enorme.

Ma se Gesù era effettivamente la Parola eterna, l’agente del Padre nella creazione, “mediante il quale ha pure creato l’universo” (Ebrei 1:2), non c’è da stupirsi se nuovi atti di potenza creativa contrassegnarono la Sua venuta su questa terra, la Sua vita su di essa, e la Sua uscita da essa. Non è cosa strana che Egli, l’autore della vita, risorgesse dai morti. Se Gesù era effettivamente Dio Figlio, è ben più sorprendente il fatto che Egli dovesse morire, piuttosto che risuscitare. E’ un vero mistero! L’immortale muore…

E se l’immortale Figlio di Dio accettò davvero di gustare la morte, non è strano che tale morte avesse un significato di salvezza per una razza destinata alla perdizione. Una volta ammessa la divinità di Gesù, diventa irragionevole trovare difficoltà in una di queste cose; c’è una coerenza completa, tutto combacia perfettamente. L’incarnazione è di per sé un mistero insondabile, ma dà un senso a tutto il resto che è contenuto nel Nuovo Testamento.

CHI È QUESTO BAMBINO?

Gli Evangeli di Matteo e Luca ci dicono abbastanza dettagliatamente come il Figlio di Dio venne in questo mondo. Egli nacque fuori da alberghi in un oscuro paesino della Giudea nei giorni gloriosi dell’Impero Romano. Di solito la storia riceve qualche abbellimento quando la si racconta a Natale; in realtà, è piuttosto terribile e crudele. Il motivo per cui Gesù nacque fuori dell’albergo è che esso era pieno, e nessuno era disposto a offrire un letto a una donna partoriente; così, Maria fu costretta a far nascere il bambino in una stalla e a deporlo in una mangiatoia. La storia è narrata spassionatamente e senza commenti, ma nessun lettore attento può fare a meno di rabbrividire di fronte alla descrizione d’insensibilità e di degradazione che essa tratteggia.

Tuttavia, gli Evangelisti non riferiscono il racconto per trarne degli insegnamenti morali. Per loro, il punto centrale di questa storia non consiste nelle circostanze della nascita (se si eccettua il fatto che, essendo avvenuta a Betleem, essa adempì la profezia, vedi Matteo 2:1-6), ma è piuttosto nell’identità del neonato.

A questo riguardo, il Nuovo Testamento ci comunica due pensieri. Li abbiamo già accennati, ora esaminiamoli più dettagliatamente.

1. Il bimbo nato a Betleem era Dio

Più precisamente, per usare il linguaggio biblico, Egli era il Figlio di Dio, o, come regolarmente ne parla la teologia cristiana, Dio Figlio. Il Figlio, si noti, non un Figlio: Giovanni, per accertarsi che i suoi lettori capiscano l’unicità di Gesù, afferma per ben quattro volte nei primi tre capitoli del suo Evangelo che Egli era l’unigenito o l’unico Figlio di Dio (vedi Giovanni 1:14,18; 3:16,18). Di conseguenza, la Chiesa cristiana fa questa confessione: “Credo in Dio Padre… e in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore”.

Un momento, l’affermazione che Gesù è il Figlio di Dio significa forse che in realtà vi sono due dèi? Il Cristianesimo è dunque politeistico, come sostengono ebrei e maomettani? O forse l’espressione “Figlio di Dio” implica che Gesù, benché in una categoria tutta Sua fra gli esseri creati, non fosse personalmente divino nello stesso senso del Padre? Nella chiesa primitiva, gli ariani erano di questo ultimo avviso; ai giorni nostri, gli unitariani, i Testimoni di Geova e altri ancora sono sulla stessa linea. Ma è giusto? Che cosa intende dire veramente la Bibbia quando chiama Gesù il Figlio di Dio?

Queste domande hanno suscitato delle perplessità in alcuni, ma il Nuovo Testamento non ci lascia nel dubbio per quanto riguarda le risposte da dare. A livello di principio, queste domande furono tutte poste e risolte dall’apostolo Giovanni nel prologo del suo Evangelo. Egli scriveva, a quanto pare, per lettori di estrazione tanto ebraica quanto greca. E Giovanni ci dice che “queste cose sono state scritte, affinché crediate che Gesù è il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (Giovanni 20:31). Per tutto l’Evangelo, l’apostolo presenta Gesù come Figlio di Dio.

Tuttavia, Giovanni sapeva che l’espressione “Figlio di Dio” era danneggiata da associazioni fuorvianti nella mente dei suoi lettori. La teologia ebraica l’adoperava come appellativo per l’atteso Messia (umano). La mitologia greca parlava di molti “figli di dèi”, ovvero super-uomini nati dall’unione fra un dio e una donna. In nessuno dei due casi l’espressione comunicava l’idea di deità personale; anzi, la escludevano entrambi. Giovanni voleva essere certo che, quando scriveva di Gesù come Figlio di Dio, non sarebbe stato capito (o mal capito) in questi due sensi, e voleva che fosse chiaro fin dall’inizio che la condizione di Figlio che Gesù reclamava, e che i cristiani gli attribuivano, era proprio una questione di deità personale e nulla di meno.

Osserviamo quanto accurata e convincente sia la spiegazione di questo tema da parte di Giovanni. Nelle prime frasi del suo Vangelo egli non usa il termine “Figlio”, ma parla innanzi tutto di “Parola”. Non c’era pericolo che nascessero dei malintesi; i lettori dell’Antico Testamento avrebbero colto subito il riferimento. La Parola di Dio nell’Antico Testamento è la Sua espressione creativa, la Sua potenza in azione, che adempie il Suo disegno. L’Antico Testamento descriveva la Parola di Dio, cioè l’effettiva dichiarazione del Suo proposito, come avente potenza in sé stessa per realizzare la cosa determinata. Genesi 1 ci dice come all’atto della creazione Dio disse: “Sia… e… fu” (Genesi 1:3). “I cieli furono fatti dalla parola del Signore… Egli parlò, e la cosa fu” (Salmo 33:6,9). La Parola di Dio è dunque Dio all’opera.

Giovanni riprende questa figura e procede dicendoci sette cose intorno alla Parola divina.

  1. “Nel principio era la Parola” (v. 1). Ecco l’eternità della Parola. Non ebbe un inizio; quando altre cose ebbero inizio, la Parola era.

  2. “La Parola era con Dio” (v. 1). Ecco la personalità della Parola. La potenza che adempie i disegni di Dio è la potenza di un essere personale distinto, che sta in un eterno rapporto di attiva comunione con Dio (questo è il significato della frase).

  1. “E la Parola era Dio” (v. 1). Qui abbiamo la deità della Parola. Benché distinta personalmente dal Padre, la Parola non è una creatura; è di per Sé divina, come il Padre è divino. Il mistero che questo versetto ci pone davanti è dunque il mistero delle distinzioni personali all’interno dell’unità della Divinità.

  2. “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei” (v. 3). Qui la Parola crea, in quanto agente del Padre in ogni atto creativo operato dal Padre. Tutto ciò che fu creato, fu creato per mezzo di lei. (Ecco, a proposito, un’ulteriore prova che la Parola creatrice non appartiene alla categoria delle cose create, come non vi appartiene il Padre).

  3. “In lei era la vita” (v. 4). Ecco la Parola che dà vita. Non c’è vita fisica nel regno delle cose create, se non in, e tramite, lei. Abbiamo qui la risposta biblica al problema dell’origine e della continuità della vita, in tutte le sue forme: la vita è data e mantenuta dalla Parola. Le cose create non hanno vita in sé stesse, ma hanno vita nella Parola, la seconda persona della Divinità.

  4. “E la vita era la luce degli uomini” (v. 4). Qui abbiamo la Parola che rivela. Nel dare la vita, essa dà anche la luce; cioè, ogni essere umano riceve delle indicazioni di Dio dal fatto stesso di essere vivo nel mondo di Dio, e ciò, oltre al fatto di essere vivo, è dovuto all’opera della Parola

  5. “E la Parola è diventata carne” (v. 14). Qui la Parola è incarnata. Il neonato nella mangiatoia di Betleem era l’eterna Parola di Dio.

E ora, dopo averci mostrato chi e che cosa è la Parola (cioè, una Persona divina, autrice di tutte le cose), Giovanni ne dà un’identificazione. La Parola, egli dice, fu rivelata attraverso l’incarnazione come Figlio di Dio. “E noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (v. 14). L’identificazione è confermata dal v. 18: “L’unigenito Figliuolo, che è nel seno del Padre…” (Versione Riveduta). Così, Giovanni stabilisce il punto a cui mirava fin dall’inizio: ora ha reso ben chiaro ciò che vuol dire chiamare Gesù il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio è la Parola di Dio; noi intendiamo che cosa sia la Parola; bene, ecco che cos’è il Figlio. Questo è il messaggio del Prologo.

Perciò, quando la Bibbia proclama Gesù come Figlio di Dio, l’affermazione è intesa come un’asserzione della Sua distinta, personale deità. Il messaggio del Natale poggia sul fatto sconvolgente che il bambino nella mangiatoia era Dio. Ma questa non è che la metà della storia.

2. Il bimbo nato a Betleem era Dio fatto uomo

La Parola era diventata carne: un vero bimbo umano. Egli non aveva cessato di essere Dio; non era meno Dio di quanto lo fosse prima; ma aveva cominciato a essere uomo.

Egli ora non era Dio meno alcuni elementi della Sua deità, bensì Dio più tutto ciò che aveva fatto proprio, rivestendosi dell’umanità. Colui che aveva creato l’uomo imparava adesso che cosa si prova a essere uomini. Colui che aveva creato l’angelo che poi divenne il diavolo, si trovava ora nella condizione — inevitabile — di essere tentato dal diavolo; e la perfezione della Sua vita umana fu raggiunta soltanto mediante il conflitto con il diavolo. La Lettera agli Ebrei, guardando a Lui nella Sua gloria dopo l’ascensione, trae grande consolazione da questo fatto. “Egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa… Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono nella prova… Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli stesso è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia e così essere soccorsi al momento opportuno” (Ebrei 2:17 e seguenti; 4:15 e seguenti).

Il mistero dell’incarnazione è insondabile. Non possiamo spiegarlo; possiamo soltanto formularlo. E forse non è mai stato espresso tanto bene quanto nelle parole del Credo Atanasiano: “Il nostro Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è ugualmente Dio e uomo… perfettamente Dio e perfettamente uomo… Benché egli sia Dio e anche uomo, è un Cristo solo, non due. Egli è uno, tuttavia, non per mezzo di una conversione in carne della sua deità, ma piuttosto attraverso l’assunzione della sua forma umana”. La nostra mente non può andare oltre. Quel che vediamo nella mangiatoia è, per usare le parole di C. Wesley: Our God contracted to a span; incomprehensibly made man (Il nostro Dio ridotto a una spanna, incomprensibilmente fatto uomo).

“Incomprehensibly”, cioè, incomprensibilmente: faremo bene a ricordarci di questo, evitando speculazioni e adorando con gioia.

NATO PER MORIRE

Che cosa pensare dell’incarnazione? Il Nuovo Testamento c’incoraggia ad adorare Dio per l’amore dimostrato nel farsi uomo. Questo fu infatti un grande atto di condiscenden-za e auto-umiliazione. “Colui che per natura era sempre stato Dio”, scrive Paolo, “non si aggrappò alle Sue prerogative di essere uguale a Dio, ma si spogliò di tutti i Suoi privilegi, acconsentendo a essere schiavo per natura e nascendo come un comune mortale. E, diventato uomo, umiliò Sé stesso vivendo in assoluta obbedienza, fino alla morte e alla morte di croce come un criminale” (Filippesi 2:6 e seguenti – parafrasi). E tutto questo, per la nostra salvezza.

Il significato cruciale della culla di Betleem risiede nella sua collocazione all’interno delle tappe che condussero il Figlio di Dio alla croce sul Calvario, e non riusciremo a capirlo finché non lo considereremo in questo contesto. Il testo chiave nel Nuovo Testamento per interpretare l’incarnazione non è, quindi, la semplice affermazione contenuta in Giovanni 1:14 “La Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo tra di noi”, ma è piuttosto l’asserzione più esauriente di II Corinzi 8:9 “Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per amor vostro, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventar ricchi”.

RESO INFERIORE A DIO?

Qui, però, dobbiamo fare una pausa per esaminare un uso diverso che alcuni fanno dei testi paolini che abbiamo citato prima. In Filippesi 2:7 nella parafrasi di prima “si spogliò di tutti i Suoi privilegi” oppure secondo altre traduzioni “si privò di ogni reputazio-ne” oppure “annichilì sé stesso”, come nelle versioni italiane Diodati e Riveduta o “spogliò sé stesso” della Nuova Riveduta vuol dire letteralmente “si svuotò”. Questa espressione, si chiede, accanto all’affermazione di II Corinzi 8:9, secondo cui Gesù “si è fatto povero”, non getta forse un po’ di ombra sulla natura dell’incarnazione stessa? Non implica che, nel Suo farsi uomo, era compresa una certa diminuzione della deità del Figlio?

Questa è la cosiddetta “teoria della kénosis”; kénosis è un termine greco, che significa “svuotamento”. L’idea che sta dietro questa teoria in tutte le sue forme è che, per poter essere completamente umano, il Figlio dovette rinunciare ad alcune delle Sue qualità divine, altrimenti non avrebbe potuto partecipare all’esperienza di essere limitato nello spazio, nel tempo, nella conoscenza e nella consapevolezza, il che è essenziale per una vita veramente umana.

La teoria è stata formulata in modi diversi.

Alcuni hanno asserito che il Figlio si spogliò soltanto dei Suoi attributi “metafisici” (onnipotenza, onnipresenza, onniscienza), conservando quelli “morali” (giustizia, santità, veracità, amore).

Altri hanno sostenuto che, nel farsi uomo, Egli rinunciò a tutti i suoi poteri specificamente divini e anche alla Sua autocoscienza divina (che, poi, ri-acquisì nel corso della Sua esistenza terrena).

In Inghilterra, chi per primo accennò alla “teoria della kénosis” fu il vescovo Gore nel 1889, ma la “teoria della kénosis” non durerà. Prima di tutto, perché è una speculazione alla quale i testi presi a sostegno non sono sufficienti a supportarla: quando Paolo parla del Figlio che spogliò Sé stesso e si fece povero, risulta dal contesto che si tratta di una deposizione, ma non dei poteri e degli attributi divini, bensì della gloria e della dignità divine, “la gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse” – dirà Gesù nella famosa “preghiera sacerdotale” in Giovanni 17:5. Le versioni di Filippesi 2:7 che figurano in varie traduzioni sono quindi interpretazioni corrette del pensiero di Paolo e non c’è appoggio scritturale all’idea del Figlio che rinuncia a un qualche aspetto della Sua deità.

Il Nuovo Testamento è chiaro ed enfatico nel sottolineare l’onnipotenza, l’onnipresenza e l’onniscienza del Cristo risorto (Matteo 28:18,20; Giovanni 21:17; Efesini 4:10).

Inoltre, Cristo dichiarò in termini esaurienti e categorici che tutto il Suo insegnamento era da Dio, e che Egli era il messaggero di Suo Padre. “La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato… Dico queste cose come il Padre mi ha insegnato… Io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato Lui quello che devo dire… Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me” (Giovanni 7:16; 8:28; 12:49,50).

È vero anche che la conoscenza di Gesù delle cose umane e divine era talvolta limitata, infatti in alcune occasioni Egli chiese delle informazioni del tipo “Chi mi ha toccato le vesti?… Quanti pani avete?” (Marco 5:30; 6:38) e dichiarò d’ignorare, alla pari degli angeli, il giorno stabilito per il Suo ritorno (Marco 13:32). Ma in altre circostanze mani-festò una conoscenza soprannaturale. Egli conosceva il torbido passato della donna samaritana (Giovanni 4:17e seguenti). Sapeva che quando Pietro sarebbe andato a pescare, il primo pesce catturato avrebbe avuto una moneta in bocca (Matteo 17:27). Sapeva pure, senza che nessuno Lo avesse informato, che Lazzaro era morto (Giovanni 11:11-13). Similmente, di tanto in tanto mostrò di possedere una potenza soprannatura-le operando miracoli di guarigione, sfamando le folle, risuscitando i morti.

L’impressione che gli Evangeli dànno di Gesù non è che Egli fosse interamente spoglio di conoscenza e di potenza divine, ma piuttosto che attingesse da entrambe in maniera saltuaria, accontentandosi di non farlo per gran parte del tempo. In altri termini, l’impressione che se ne ricava è, non tanto quella di una deità ridotta, quanto piuttosto di capacità divine volutamente non usate.

Come considerare questo “contenersi” di Gesù? Certamente, nei termini della verità a cui l’Evangelo di Giovanni dà molta importanza: la completa sottomissione del Figlio alla volontà del Padre. Sappiamo bene che negli Evangeli il Figlio appare come una persona divina non indipendente, ma dipendente, una persona che pensa e agisce soltanto e interamente secondo le direttive del Padre. “Il Figlio non può da sé stesso far cosa alcuna… Io non posso far nulla da me stesso” (Giovanni 5:19 e 30), “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato” (Giovanni 6:38), “Non faccio nulla da me… faccio sempre le cose che Gli piacciono” (Giovanni 8:28,29).

EGLI SI È FATTO POVERO

Ora capiamo che cosa volle dire per il Figlio di Dio spogliare Sé stesso e farsi povero.

Significò accantonamento della gloria (la vera “kénosis”); volontaria limitazione di potenza; accettazione di privazioni, isolamento, maltrattamenti, astio e incomprensioni; e, da ultimo, una morte che comportava un’angoscia – più spirituale che fisica – tale che la sua mente, al solo pensiero, ne era quasi sopraffatta (vedi Luca 12:50 e il racconto del Getsemani).

Significò amore fino all’estremo per uomini per nulla amabili, affinché, “mediante la sua povertà, [essi potessero] diventar ricchi”. Il messaggio del Natale è che c’è speranza per un’umanità rovinata – una speranza di perdono, di pace con Dio, di gloria – perché, secondo la volontà del Padre, Gesù Cristo si fece povero e nacque in una stalla, per essere appeso a una croce trent’anni dopo.

È il messaggio più meraviglioso che il mondo abbia mai udito, o mai udrà.

Noi parliamo con facilità dello “spirito del Natale”, raramente intendendo qualcosa di più di una letizia sentimentale a livello familiare. Ma ciò che abbiamo detto mette in chiaro che la suddetta espressione dovrebbe in realtà convogliare una straordinaria densità di significato. Dovrebbe voler dire la riproduzione, all’interno di vite umane, del carattere di Colui che, per amor nostro, si fece povero in quel primo Natale. E lo spirito stesso del Natale dovrebbe essere il segno di ogni cristiano, tutto l’anno.

Lo spirito del Natale è lo spirito di quelli che, come il loro Maestro, vivono la loro intera esistenza sul principio di farsi poveri – di spendere e di essere spesi – per arricchire i loro simili, dando tempo, fatiche, cure e interessamento, per fare del bene agli altri – e non soltanto agli amici – in qualunque modo si renda necessario.

Tratto da: 

Conoscendo DIO – dispensa n° 5

http://vocechegrida.ning.com/profiles/blogs/il-mistero-piu-grande

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