Chi schiaccerà il capo al serpente?

 

 

Tra i moltissimi articoli presenti in rete che propongono commenti alla narrazione di Genesi cap.3 (ovvero, il brano biblico che parla della caduta dei nostri progenitori), è possibile trovarne diversi che offrono interpretazioni più o meno bizzarre sulla figura della quale viene detto che avrebbe «schiacciato il capo al serpente» (Ge.3:15). Ultimamente ho letto un commento, di matrice cattolica, che collegava tale profezia veterotestamentaria al personaggio di Maria, dipingendola quindi sotto una luce che la vedrebbe nientemeno che vincitrice sul nemico di Dio. Ma è proprio così? Il personaggio di cui parla questo scorcio di Genesi può essere ricondotto a Maria, oppure si tratta di qualcun altro? Analizzare una questione del genere può sembrare un inutile passatempo filosofico, qualcosa senza nessuna ricaduta pratica, ma, se ci fermiamo a riflettere, comprenderemo che avere un parere piuttosto che un altro su questo tema può influenzare molto il nostro approccio dottrinale, e farci arrivare a conclusioni decisamente distanti, a seconda della nostra posizione. Se desideriamo essere dei cristiani biblici, ovvero dei cristiani che hanno a cuore di capire cosa Dio abbia voluto rivelarci nella sua Parola, non possiamo accontentarci di cogliere una tra le tante opinioni che si sentono in giro: dobbiamo andare alla fonte, per capire come stanno le cose secondo l’Eterno.

Iniziamo con la lettura del versetto in oggetto: rivolto al serpente, Dio pronuncia la seguente dichiarazione. «Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno» (Ge.3:15). Per un’analisi più approfondita riguardo all’identità del serpente, si veda il nostro articolo Considerazioni su Genesi, cap.3.

Come detto poco sopra, alcuni interpreti, utilizzando criteri ermeneutici poco ortodossi, tracciano un parallelo tra la «donna» del versetto e la figura di Maria, che viene considerata quindi «progenie della donna». Se tale parallelo risultasse vero, ne dovremo dedurre che Maria è in qualche modo attualmente vivente (contrariamente all’insegnamento biblico riguardante chi abita l’eternità), e che occupa un ufficio di assoluto primo piano, perché addirittura deputata all’abbattimento del primo essere spirituale creato, quest’ultimo tanto potente da essere additato come la causa scatenante dello stato di miseria del genere umano. Insomma, un compito decisamente arduo per una semplice donna ebrea vissuta circa duemila anni fa. Volendo conoscere l’identità della progenie della donna, siamo chiamati ad investigare il testo ebraico: non dimentichiamo infatti che la resa italiana del versetto è una traduzione, e che confrontandoci con la lingua originale potremmo cogliere dei particolari interessanti.

In effetti, in ebraico notiamo che il riferimento alla progenie che schiaccia la testa del serpente è reso come « האו ישפך ראש», «hu ishufka rosh». Nel passo viene utilizzato il pronome personale singolare maschile «hu» per definire la discendenza della donna, ed il brano assume quindi il senso letterale di «Egli ti schiaccerà la testa». Si tratta di un chiaro segnale ad escludere riferimenti femminili, e di conseguenza qualsivoglia indicazione verso Maria. Nel brano analizzato, Dio sta chiaramente parlando di una discendenza maschile. Ad ogni modo, se tale interpretazione è corretta, è necessario che la Bibbia avvalli questa tesi, fornendo dettagli attraverso i quali identificare correttamente la «discendenza della donna». Dunque, dobbiamo vedere cosa hanno scritto gli autori biblici, e ci rifaremo soprattutto all’apostolo Paolo, che nel periodo immediatamente successivo alla sua conversione analizzò da capo tutto ciò che sapeva sulle Scritture, per trovare conferme sulla sua fede.

Nel salutare i lettori italiani, Paolo scrisse nella chiosa della sua epistola ai Romani un invito a guardare oltre le sofferenze momentanee, fissando lo sguardo verso il giorno in cui Gesù sarebbe tornato a giudicare il mondo e prendere con Sé i suoi. L’apostolo affermò: «Il Dio della pace stritolerà presto Satana sotto i vostri piedi» (Ro.16:20). In molte lettere paoline troviamo richiami alla Genesi, ad esempio quando Paolo intende far riflettere sull’istituzione divina del matrimonio. Anche nel nostro caso, il lettore è portato a considerare la prima promessa di salvezza che viene fatta al genere umano, ovvero il passo di Genesi 3:15. In gergo tecnico, tale versetto è definito «proto-evangelo»,  ovvero un’enunciazione ante-litteram della buona notizia (dal greco «eu aggelion») della salvezza per l’umanità. In Genesi 3:15, appena dopo la ribellione dei nostri progenitori e l’ingresso del peccato nel mondo, Dio promette la disfatta di Satana, e l’avvento di un liberatore, che ora sappiamo essere maschio.

Il passo di Romani, così come redatto da Paolo, mostra uno sviluppo del discorso, dato dal conoscere l’identità del liberatore. Egli asserisce che sarebbe stato «il Dio della pace» a stritolare Satana. Ma se è Dio a compiere questa salvezza, come può Egli essere discendenza (o progenie) della donna? Nel Salmo 132, al versetto 11, vediamo come ci venga ricordata la promessa di Dio al re Davide: «Il SIGNORE ha fatto a Davide questo giuramento di verità, e non lo revocherà: “Io metterò sul tuo trono un tuo discendente» (Sal.132:11), ed il profeta Isaia asserì: «il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele» (Is.7:14). Come abbiamo già avuto modo di vedere in altre occasioni, il termine «Emmanuele» si rende come «im anu el», letteralmente «con noi Dio». Dunque, questo discendente davidico (umano, e pertanto discendenza della donna in quanto discendente di Eva), avrebbe avuto in sé – in modo misterioso – la caratteristica della divinità.

Nel presentarsi a Maria per informarla della sua gravidanza, l’angelo Gabriele le disse: «Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù.  Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine» (Lc.1:31-33). In tale dichiarazione vediamo congiungersi quanto detto fin qui: Gesù era un uomo, ma è altresì Dio incarnato, e per discendenza davidica sappiamo che a Lui era destinato il trono di Israele. Non solo: notiamo come «il suo regno non avrà mai fine», ossia abbia la caratteristica di eternità propria della sfera divina.

Paolo parla però del «Dio della pace»: in che modo possiamo considerare tale Gesù? Della sua natura divina abbiamo parlato in modo molto breve (e, per approfondimenti, rimandiamo all’articolo La divinità di Cristo in Apocalisse), ma che dire dell’aspetto legato alla «pace»? Nel suo profetizzare, vedendo anticipatamente la nascita di Cristo, Isaia continuò dicendo: «Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace, per dare incremento all’impero e una pace senza fine al trono di Davide e al suo regno, per stabilirlo fermamente e sostenerlo mediante il diritto e la giustizia, da ora e per sempre: questo farà lo zelo del SIGNORE degli eserciti» (Is.9:6-7).

È lampante come tale profezia tracci il parallelo con le dichiarazioni dell’angelo a Maria, e vediamo come in essa si parli delle caratteristiche del Messia in termini della pace che avrebbe portato al popolo di Israele. Tuttavia, un limite della profezia veterotestamentaria è data dal fatto che i profeti non potevano discernere con precisione i momenti storici in cui si sarebbero verificati certi avvenimenti, e dunque spesso riportano i propri vaticini con un notevole «appiattimento temporale», dove sembra esserci una soluzione di continuità senza interruzioni dal momento della profezia al suo adempimento definitivo. Isaia, nell’ottavo secolo prima di Cristo, parla della figura di Gesù in termini che paiono imminenti; Paolo, nel suo scrivere posteriormente alla prima venuta di Cristo, enuncia come il giudizio finale sia relativamente vicino, ma in ogni caso  ancora futuro.

Senza volerci dilungare ora sulle questioni legate ai tempi e modi dell’escatologia, vediamo comunque il palese parallelo tra la figura di Gesù e la progenie della donna di Genesi 3:15. Abbiamo visto che tale progenie è dichiaratamente maschile, dunque parliamo di un liberatore; abbiamo considerato brevemente come il giudizio finale sarà eseguito da Dio stesso, e come in Gesù sia presente la natura divina, e la regalità della stirpe davidica. Rimane da chiarire il senso dello «schiacciamento della testa del serpente»: in che modo Gesù farà questo? Che cosa significherà questa azione? Ed in ultimo, dal momento che Paolo afferma che Dio schiaccerà Satana sotto i nostri piedi, in che modo i cristiani hanno parte in questo? Vediamolo brevemente.

Riguardo al modo, sappiamo dalle Scritture che l’opera di Cristo occupa due momenti specifici nel tempo: uno nel passato – parlando dal nostro punto di vista – ed uno che ci è futuro. Nel passato, la sua morte di croce ha costituito il modo in cui il perdono di Dio è potuto giungere a tutti coloro che, in ogni epoca, mettono la propria fede in Gesù. Infatti «Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe» (2Co.5:19), bensì facendo in modo che Gesù, l’Agnello sacrificale di Dio, caricasse su di Sé la nostra ribellione verso l’Eterno, e pagasse per l’umanità impotente, offrendosi al giudizio divino al posto nostro. Paolo ricorderà che «Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui» (2Co.5:21), ovvero che era necessario – per la nostra salvezza – che venisse compiuto uno scambio: noi, reietti e impossibilitati a guadagnarci il perdono di Dio, con Gesù, Dio incarnato e venuto al mondo per appianare la distanza che ci separava dall’Altissimo. In quest’opera grandiosa vi è già una vittoria devastante sul serpente antico, su Satana. Infatti, nello scrivere ai credenti della città di Colosse, Paolo dirà loro: «Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.» (Col.2:13-15). Principati e potenze sono gli spiriti asserviti a Satana, che assieme al loro padrone lavorano incessantemente affinché l’uomo rimanga lontano da Dio e ben immerso nei propri peccati, permanendo sotto giudizio. Ma Gesù, con il suo sacrificio vicario, offre all’umanità la via di uscita, la rottura delle nostre catene, e di fatto rende impotenti queste forze spirituali. In parole povere: una volta che un uomo si consegna a Cristo per essere perdonato, egli sfugge al destino a cui l’antica seduzione del serpente aveva condannato la specie umana.

Il definitivo compimento della vittoria di Cristo avverrà in un futuro sconosciuto, del quale, per non sapendone con precisione il momento, abbiamo delle indicazioni scritturali che sono utili non tanto a determinare l’istante in cui Gesù comparirà una seconda volta (come dalla promessa di At.1:11), ma a comprendere lo «spirito del tempo» che caratterizzerà il ritorno di Cristo. Per esempio, scrivendo al discepolo Timoteo, Paolo avvertirà che «negli ultimi giorni verranno tempi difficili; perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi, insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, sconsiderati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza» (2Ti.3:1-5), mentre l’apostolo Giovanni, identifica l’avvicinarsi del ritorno di Gesù mettendolo in relazione con la crescente apostasia della fede, quando asserisce «ragazzi, è l’ultima ora. Come avete udito, l’anticristo deve venire, e di fatto già ora sono sorti molti anticristi. Da ciò conosciamo che è l’ultima ora» (1G.2:18). Al di là delle circostanze che caratterizzano la seconda venuta di Cristo, vediamo che sarà proprio in quel contesto che si adempirà ciò che Paolo dice salutando i credenti di Roma, e che colui che fin dal principio seduce e distrugge l’uomo troverà la sua fine per mano del Signore dei signori.

«Allora sarà manifestato l’empio, che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca, e annienterà con l’apparizione della sua venuta» (2Ts.2:8)

In ultimo, ci siamo chiesti come mai l’apostolo, nel brano di Ro.16:20, affermi che il Dio della pace stritolerà Satana sotto i piedi dei credenti. In che modo i credenti hanno parte in questo piano di liberazione? Essi sono compartecipanti alla vittoria di Cristo: avendo messo in Lui la propria fiducia, ed avendo fatto di Lui il proprio Signore, desiderando seguirne gli insegnamenti in attesa del suo ritorno, Gesù eleva alla dignità di collaboratori – e addirittura di «fratelli» – tutti coloro che gli si affidano. È ovvio che nessun essere umano potrebbe vincere definitivamente questa battaglia, ma ciascun credente condividerà con Gesù la vittoria che Egli riporterà sul seduttore e sui suoi servitori.

Dice infatti l’epistola agli Ebrei: «Per condurre molti figli alla gloria, era giusto che colui, a causa del quale e per mezzo del quale sono tutte le cose, rendesse perfetto, per via di sofferenze, l’autore della loro salvezza. Sia colui che santifica sia quelli che sono santificati, provengono tutti da uno; per questo egli non si vergogna di chiamarli fratelli,  dicendo: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode”. E di nuovo: “Io metterò la mia fiducia in lui”. E inoltre: “Ecco me e i figli che Dio mi ha dati”. Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita» (Eb.2:10-15)

In conclusione, vediamo che fin dalla prima caduta dell’uomo, Dio aveva in mente il piano salvifico rivelatosi poi in Gesù Cristo, ossia in Dio fattosi uomo per il nostro beneficio. Ogni pagina delle Scritture guarda al momento della sua manifestazione definitiva, e ogni parola rende testimonianza del suo essere l’Unico intercessore e Signore, il solo che possa risollevare l’uomo dalla polvere per rivestirlo di grazia, vincendo una volta per tutte il nemico di Dio, e donando all’umanità fedele un’eternità di pace. Certo, le deviazioni dottrinali che creano dei veri e propri «pantheon devozionali» hanno tutto l’interesse nel non affermare l’assoluta ed unica maestà del Figlio di Dio.

A costoro, basti la dichiarazione che Dio stesso ci lascia per bocca del profeta Isaia: «Io sono il SIGNORE; questo è il mio nome; io non darò la mia gloria a un altro, né la lode che mi spetta agli idoli» (Is.42:8)

 

 

 

Emiliano Musso Data: 30/05/2013 18:22:23
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