E’ possibile vivere senza ansia?


Siete anche voi dei tipi ansiosi, persone che generalmente si preoccupano troppo per una cosa o per l’altra; persone che, sempre trepidanti, “temono il peggio” in ogni situazione fino a bloccarsi o ad eccedere in misure di protezione? Si stima che circa il 5% della popolazione soffra di disturbi generalizzati dell’ansia, che variano da forme lievi a forme patologiche che richiedono interventi specifici delle professione medica. Questi disturbi generalizzati dell’ansia assumono il carattere della paura di dover incorrere in avvenimenti lesivi per sé stessi o per i propri cari. Questi sentimenti in genere sono presenti anche quando tali incidenti non sono oggettivamente probabili e non ve ne sono nemmeno le avvisaglie, ed aumentano quando si ha notizia di altri che ne sono stati oggetto, fino ad essere intensi in periodi di forte stress.
Le ricerche condotte in questo ambito dimostrano chiaramente che le persone che si preoccupano eccessivamente hanno la tendenza a prestare maggiore attenzione a tutto ciò che sembra confermare i loro timori. Chi soffre di questo disturbo, sente spesso la necessità di esplorare minuziosamente l’ambiente in cui si trova alla ricerca del minimo segnale di pericolo. I più comuni motivi di preoccupazione, che solitamente provocano molta ansia nelle persone che tendono a preoccuparsi troppo, si trovano in diversi ambiti del vivere quotidiano. Ad esempio, nel rendimento lavorativo o scolastico (come il timore di essere licenziati o di venire respinti ad un esame); nei lavori domestici (come il timore di non riuscire a fare tutto ciò che si vorrebbe); nella propria situazione finanziaria (come il timore di perdere tutto o di non essere capaci di far fronte alle spese); nella salute personale (come la paura di contrarre una malattia); nella salute familiare (come l’ansia per le condizioni di salute dei propri cari), nelle relazioni affettive (come le preoccupazioni ingiustificate sulla fedeltà del partner). In questo possono pure incidere questioni di minore importanza (come il timore di non trovare parcheggio vicino al posto di lavoro). È soprattutto in riferimento a esperienze del passato, quando si è subìto un evento traumatico, specie se in modo del tutto imprevisto, ed allora si rischia più facilmente di andare incontro a problemi di ansia e preoccupazione cronici rispetto a chi può prevedere il verificarsi dello stesso evento stressante. In generale, poi, le preoccupazioni sono espressione di due diversi modi di pensare: sopravvalutare la possibilità che possa accadere qualcosa di spiacevole: “E se mi ammalassi gravemente?”, “E se accadesse qualcosa di male ai miei familiari?”, oppure sopravvalutare le conseguenze negative di un determinato avvenimento: “E’ un dramma se non riesco a trovare un parcheggio!”.
La fenomenologia di questi disturbi è complessa e non possiamo certo trattarla adeguatamente in questa sede. Essa era nota, però, al nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, come pure viene trattata nell’ambito dell’intera Parola di Dio. Nell’ambito del Sermone sul Monte, ai Suoi discepoli, propensi non meno di altri al disturbo d’ansia generalizzata, Gesù dice loro: “Non siate in ansia per la vostra vita”. A tale esortazione Egli fa seguire le precise Sue ragioni, accompagnandoli, con il Suo insegnamento, esempio e forza abilitante, a vivere liberi da quest’ansia patologica. Con tutti loro, anche noi abbiamo anche oggi la gioia ed il privilegio di apprenderlo.

Il testo biblico

Il testo biblico sottoposto alla nostra attenzione, ci dà l’opportunità di trattare il problema delle sollecitudini ansiose. I suoi termini sono tali da rendere alcuni piuttosto perplessi. Una ragione di più per esaminarlo con attenzione: Matteo 6:25-34. 

Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?”Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno (Matteo 6:25-34).

I beni di questo mondo e il lavoro

Quanto il Signore Gesù dice qui sul problema delle sollecitudini ansiose, si pone nell’ambito dell’insegnamento che Egli dà ai Suoi discepoli al riguardo dell’atteggiamento che essi debbono avere verso “i tesori della terra”, le risorse dei beni materiali.Nell’insegnamento biblico, i beni materiali sono, prima di tutto, frutto del lavoro umano che, agli occhi di Dio, non è (come alcuni erroneamente ritengono) una maledizione, ma un privilegio che ci associa all’opera creativa di Dio. Affaticarsi a lavorare onestamente, con le proprie mani, per provvedere alle necessità materiali nostre e della nostra famiglia, è, infatti, il mezzo che Dio ci ha ordinato per poter conseguire i mezzi della nostra sussistenza. Difatti, come ci ammonisce la Parola di Dio, “se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare” (2 Tessalonicesi 3:10), come pure: “Se uno non provvede ai suoi, e in primo luogo a quelli di casa sua, ha rinnegato la fede, ed è peggiore di un incredulo” (1 Timoteo 5:8). Dio, inoltre, prescrive che attraverso il nostro lavoro noi si dia il nostro contributo a diverse altre finalità: sostenere chi è nel bisogno e sostenere i ministri dell’Evangelo nella loro opera. Il lavoro è sicuramente pure necessario, nell’insegnamento biblico per pagare ai governanti le imposte dovute nell’amministrazione della società umana. I primi discepoli di Gesù erano stati temporaneamente sottratti alle loro professioni, non perché esse fossero inferiori alla loro “vocazione spirituale”, ma per partecipare a quello che potremmo chiamare “un periodo di formazione” grazie al generoso sostegno di altri, come ad esempio le risorse messe a disposizione a Gesù da alcune donne facoltose: “Giovanna, moglie di Cuza, l’amministratore di Erode; Susanna e molte altre che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni” (Luca 8:3).
In questo mondo decaduto, però, lavorare diventa indubbiamente spesso cosa assai gravosa. Dio, infatti, dice ad Adamo:“…mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai” (Genesi 3:19). Dio, in ogni caso, ci chiama all’impegno e condanna sempre la pigrizia: “Il pigro non arrostisce la sua selvaggina, ma l’operosità è per l’uomo un tesoro prezioso … Il pigro non ara a causa del freddo; alla raccolta verrà a cercare, ma non ci sarà nulla … I desideri del pigro lo uccidono, perché le sue mani rifiutano di lavorare” (Proverbi 12:27; 20:4; 21:25). E’ l’operosità della formica: “Va’, pigro, alla formica; considera il suo fare e diventa saggio!” (Proverbi 6:6).

Una condizione psicologica patologica

Nell’acquisizione dei beni di questo mondo, però, può insorgere in noi una condizione psicologica che chiamiamo “sollecitudini ansiose”. Esse possono assumere due aspetti: quello dell’accumulo ossessivo e compulsivo di beni materiali come se questo fosse l’unico scopo della vita, come nella parabola dell’uomo ricco, dove egli dice: “dirò all’anima mia: ‘Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti'” (Luca 12:19). Essi, così, diventano un idolo. Oppure, di fronte alle difficoltà della vita, per ragioni vere od immaginarie, l’ansia paralizzante e nociva che sorge dall’aver timore di rimanere privi delle necessarie risorse vitali. Si tratta di atteggiamenti malsani che Gesù vuole prevenire o guarire nei Suoi discepoli.
Nel Sermone sul monte, Gesù tratta della prima “distorsione”, al capitolo 6 dal versetto 19 al 24 e della seconda, le “sollecitudini ansiose” dai versetti 25 a 34, il testo che consideriamo oggi. Esaminiamolo con attenzione.
1. “Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?” (25).
L’angoscia di poter rimanere privi dei mezzi di sussistenza non è solo un sentimento moderno suscitato dallo “spettro della disoccupazione” o dalla malattia, ma, come rileva Gesù stesso, è sempre stata, in ogni tempo, caratteristica dell’atteggiamento di molte persone, anche evidentemente fra i Suoi stessi discepoli. Essa è una condizione psicologica che può essere qualcosa sia che paralizza e consuma corpo e spirito come pure qualcosa che causa una sorta di compulsiva “immersione nel lavoro” come se il lavoro fosse il tutto della vita. È l’atteggiamento di coloro che considerano la vita qualcosa di futile, una condanna a lavorare per mangiare e mangiare per lavorare. Può diventarlo, ma non è questa la sua vocazione ultima. “Mangiare” e “vestirsi”, con i mezzi a questo finalizzati, dice Gesù, non è e non può essere “il tutto” della vita. Sono cose necessarie e comandate da Dio per le quali Egli provvede, ma la vita è “più del nutrimento” e il corpo è “più del vestito”. Nutrimento e vestito sono strumenti che ci permettono di realizzare con la nostra vita, fini più alti, quelli che Dio ha stabilito per le creature umane. Si dovrebbe meglio dire: nutrimento e vestiti sono strumenti che ci permettono di realizzare quei fini più alti che Dio ha stabilito per ciascuno di noi singolarmente, nessuno escluso, e che dobbiamo scoprire proprio nella particolare situazione in cui ci troviamo, qualunque essa sia. Questo “fine della vita” è stato così definito: Il fine sommo e principale dell’uomo è glorificare Dio e fruirlo (goderlo) perfettamente in eterno, secondo quant’è scritto: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio” (1 Corinzi 10:31). Anche il discepolo di Cristo, quindi, deve lavorare, mangiare e vestirsi, ma è sbagliato, agitarsi, affannarsi, preoccuparsi troppo per queste cose. Dovremmo semplicemente confidare ed ubbidire a Dio, proseguendo nell’adempiere la nostra vocazione ultima, quella che Dio ci rivela.
2. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita?” (26-27).
Le lezioni che ci impartisce la natura sono sempre importanti. L’operosità della formica, come abbiamo visto, ha molto da insegnare al pigro, ma anche, qui, molto hanno da insegnarci gli uccelli del cielo. Essi ci vengono indicati da Gesù come “privi di angosce” ed operosi nell’ ambito di ciò che Dio provvede per loro. Gesù qui non dice che gli uccelli del cielo trovino tutto pronto… La loro vita non è sempre facile e sono costantemente impegnati. In questo mondo, però, secondo la rispettiva specie, Dio ha provveduto i mezzi della loro sussistenza ed essi “confidano in Dio”. Se noi costantemente ci preoccupiamo di non avere abbastanza cibo e vestiario, mostriamo di non aver appreso la lezione di base che ci insegna la natura stessa: ciascuno nel suo ordine, Dio provvede per le necessità delle Sue creature. Inoltre, Dio è il Padre celeste di coloro che ha adottato come Suoi figli in Cristo. Di conseguenza, Dio si prenderà maggior cura di loro, indicando dove e come possono conseguire quanto loro necessario. Questo non significa essi possano trascurare il lavoro, ma significa che essi possono e devono essere liberi da ogni sollecitudine ansiosa. Agitarsi e preoccuparsi troppo non potrà allungarci la vita, anzi logora e accorcia la vita, precludendoci la realizzazione del nostro potenziale.
3. “E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede?” (28-30).
I gigli della campagna erano forse i bianchi fiori primaverili che fiorivano abbondantemente in Galilea, in ogni caso, Gesù si riferisce ai fiori non coltivati. Dio è così buono da coprire la terra di bei fiori selvatici per noi privi di valore produttivo e che durano poco. Una volta seccata, l’erba diveniva combustibile per la Palestina povera di legname. La cura provvidenziale di Dio non rende pigro il discepolo di Gesù, ma lo rende fiducioso che Dio provvederà similmente per lui ed a maggior ragione. La bellezza della natura, creazione di Dio, è ancora maggiore di quella che caratterizzava i vestiti più scargianti di Salomone, re di Israele.
L’ansia per le cose essenziali della vita dimostra mancanza di fiducia in Dio, nella Sua presenza, provvidenza e fedele mantenimento delle Sue promesse. Può capitare di perdere questa costante consapevolezza, ma non deve essere così. La preghiera del discepolo di Cristo che si trova in questa situazione deve essere: “Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità” (Marco 9:24).
4. Questo concetto è ulteriormente ribadito da Gesù: Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose” (31-32).
Un atteggiamento di ansia e di paura, di fatto, è quello dei pagani, degli scettici e degli increduli, di quelli che non conoscono e non credono in Dio, che non sono in rapporto con Lui come ad un Padre verso i Suoi figli. Non è l’atteggiamento di coloro che hanno visto la loro vita presa in carico, per grazia di Dio, in Cristo. Conoscere Dio e far parte della Sua famiglia (o popolo) significa godere della Sua protezione e provvigione. Egli provvede ai Suoi figli quanto essi abbisognano. Dato che Dio fornisce i Suoi di quanto loro serve, non è solo insensato, ma anche pagano affannarsi per ciò che Dio promette di provvedere. Il discepolo assillato vive come un incredulo che non crede e non considera Dio. Una tale persona è incentrata su sé stessa, dedica troppa attenzione ai beni materiali e finisce per non occuparsi delle cose veramente importanti della vita. La chiave per vincere l’ansia è di rendere il Regno di Dio la priorità assoluta della propria vita, concentrare in esso la propria attenzione. È possibile che i figlioli di Dio cadano nella tentazione dell’incredulità, dimenticando chi essi sono (in rapporto con Dio) e soprattutto chi è Lui, quello che Egli ha promesso di fare, ha fatto nel passato ed ancora farà nella Sua fedeltà. E’ come “perdere i sensi”, ma devono riprenderli e tornare a focalizzarsi sull’obiettivo del cristiano. Difatti, Gesù dice:
5. “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più” (33).
Il discepolo di Cristo tiene le cose nella giusta prospettiva. Ubbidisce a Dio quando Egli gli comanda di perseguire diligentemente la sua vocazione professionale, ma vede ogni cosa nella prospettiva della promozione del Regno di Dio. Lavora “per Dio” e, così facendo, come conseguenza accessoria, ottiene quanto gli serve per vivere e molto più ancora. “Cercare il regno di Dio” implica perseguire le cose del regno per le quali Gesù aveva insegnato ai Suoi discepoli di pregare nel “Padre nostro”, vale a dire l’onore di Dio, il Suo regno, e la realizzazione della Sua volontà (9,10). “Cercare la giustizia di Dio” significa perseguire ciò che è giusto agli occhi di Dio in ubbidienza alla Sua volontà rivelata in Cristo e tutt’attraverso le Scritture. Il discepolo di Cristo, servendolo fedelmente, non pensa nemmeno alla propria salvezza eterna, ma all’affermazione di Dio e la Sua gloria: la sua salvezza la otterrà come conseguenza accessoria. La sua pietà religiosa non è egocentrica, ma teocentrica. Le sue ambizioni non sono la promozione di sé stesso, ma la promozione del Regno di Dio. Le “cose” che Dio “darà in più” sono quelle che Egli provvede con la Sua provvidenza, quelle che Gesù ha ammonito a non preoccuparsi. Qui Gesù promette di provvedere ai bisogni di coloro che si impegnano alla promozione del Suo regno e della Sua giustizia.
Qualcuno potrebbe, però, pure dire: come possiamo spiegare che vi siano cristiani che vengono privati a forza di risorse materiali e persino della loro vita? Può accadere. Il cristiano sa di vivere in un mondo decaduto dove gli effetti del peccato pervadono ogni aspetto della vita. A volte i credenti, non per colpa loro, sono coinvolti nelle conseguenze del peccato, soffrono e muoiono. Gesù non elabora qui questa dimensione della vita ma la presume come qualcosa che i Suoi uditori ben conoscevano e comprendevano. Essa non pregiudica le promesse di Dio in favore dei Suoi. Quanti martiri della fede sono morti dopo orrende persecuzioni e sofferenze, senza mai perdere la loro fede nella provvidenza di Dio. Essi sapevano che questo mondo non è tutto ciò che abbiamo e, vivendo in prospettiva dell’eternità, “guardavano oltre”. Infine, Gesù dice:
6. “Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (34).
Dato che abbiamo una tale promessa appoggiata dalla testimonianza della divina provvidenza, noi non dovremmo agitarci per il futuro. C’è già abbastanza di cui occuparsi per l’oggi. Oltretutto, i guai che temiamo per il futuro, potrebbero anche non materializzarsi. Dio ci fornisce solo grazia sufficiente per trattare la vita un giorno alla volta. Per il domani, a suo tempo, Dio provvederà. Questa è la fiducia del discepolo di Gesù. Il suo rapporto con le risorse di questo mondo è confidare in Dio ed impegnarsi totalmente a perseguire il regno e la Sua giustizia. Non acumulazione ossessiva o perseguimento della ricchezza fine a sé stessa. Dio, non Mammona, deve essere il magnete per la vita del discepolo. Il frutto di tale atteggiamento è libertà dall’ansia per i beni materiali di cui abbiamo bisogno giorno per giorno.

Conclusione

L’ansia, più o meno seria e duratura, è indubbiamente uno stato psichico complesso e serio. Dobbiamo stare molto attenti a non banalizzarla e credere che vincerla sia facile. Colpevolizzare semplicemente chi ne è affetto non giova neppure. L’ansia fa indubbiamente parte, da sempre, del vivere quotidiano in questo mondo. Essa è caratterizzata da una combinazione di emozioni negative che includono paura, apprensione e preoccupazione, quella di chi, in modo più o meno fondato “teme il peggio”. “Che farei se mi trovassi in una situazione di bisogno? A chi mi rivolgerei? Come reagirei?”. È la paura dell’ignoto o dell’incerto, di ritrovarsi senza risorse, in una situazione di bisogno che si reputa irrisolvibile. È spesso accompagnata da sensazioni fisiche come palpitazioni, dolori al petto, respiro corto, nausea, tremore interno. Ansia è trepidazione, apprensione, affanno. È un pensiero che occupa la mente determinando inquietudine. Essa assorbe ed occupa tutta l’attenzione, distraendo la mente ed impedendo altre attività. È una tensione nervosa che logora ed affatica il corpo e la mente.
Il mondo dice: “…è impossibile eliminate questo stato d’animo dalla propria esistenza, dalla propria vita, perché in fondo è una condizione che può anche presentarsi di continuo, nelle più svariate occasioni. (….) Purtroppo, in particolare in questo sciagurato momento storico del nostro Paese, l’ansia è una compagna indesiderata della nostra esistenza. Si sveglia con noi di primo mattino, ancor prima del suono della sveglia, per seguirci passo passo in quasi tutte le attività della giornata e, infine, per coricarsi con noi la sera tardi, con il sonno che tarda ad arrivare. Vivere senz’ansia è praticamente impossibile, e non vi è nulla che la possa tenere sotto controllo se non una ferrea determinazione a non farsi condizionare dalle vicende della vita, anche le più banali”. Il mondo, però, non ci può dare questa “ferrea determinazione”. Il mondo suggerisce di avvalerci di psicofarmaci, di tecniche yoga per liberarci la mente dai pensieri, da psicoterapie… Tutto questo non la può fondamentalmente risolvere. Perché?
Perché dobbiamo dire chiaramente che l’ansia fa parte del vivere quotidiano di questo mondo decaduto che non conosce Dio né ha fatto l’esperienza della Sua presenza, provvidenza e fedeltà alle Sue promesse. Per vincere l’ansia l’unico rimedio è diventare discepoli del Signore e Salvatore Gesù Cristo che, riconciliandoci con Dio, riaggiusta tutto il nostro modo di guardare alle cose ed ai fatti della vita permettendoci di reagirvi in modo costruttivo ed inserendoci nell’ambiente solidale e provvidente del Suo popolo, la Sua chiesa. Riconciliati con Dio e per esperienza, possiamo ripetere le parole del Salmo che dicono: “In verità l’anima mia è calma e tranquilla. Come un bimbo divezzato sul seno di sua madre, così è tranquilla in me l’anima mia” (Salmo 131:2), avendo risposto all’appello che dice: “Confida in lui in ogni tempo, o popolo; apri il tuo cuore in sua presenza; Dio è il nostro rifugio” (Salmo 62:8).
E quando un cristiano è colto dall’ansia e dal circolo vizioso delle sollecitudini ansiose? Per un cristiano cadere nell’ansia significa cedere ad una tentazione, ricadere nella condizione psicologica “di prima” di essere stato raggiunto dall’Evangelo. È uno “scivolamento” indietro. Grazie a Dio, però, la Scrittura dice: “Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare” (1 Corinzi 10:13). Se non fosse per la mano di Dio che “ci riagguanta” per riportarci sul “terreno solido” della realtà, quella di Dio, saremmo senza speranza come quelli che non conoscono Dio. Per questo, se ci troviamo in questa situazione, dobbiamo immergerci nella Parola di Dio e nelle Sue promesse, distogliendo lo sguardo da noi stessi e, con i nostri fratelli e sorelle in fede, impegnandoci nell’opera del Signore. Allora “tutto il resto ci sarà dato in più”. “A colui che è fermo nei suoi sentimenti tu conservi la pace, la pace, perché in te confida” (Isaia 26:3). 
 
di Paolo Castellina

 
 
 
“Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete!». Ecco il vostro DIO verrà con la vendetta e la retribuzione di DIO; verrà egli stesso a salvarvi.  
(Isaia 35:4) 
 
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