Rovine e desolazione

rovine
Avete mai visitato le rovine di una grande città testimonianza di un’antica civiltà scomparsa? Le macerie e le rovine di una civiltà un tempo fiorente non lasciano mai indifferenti e, aggirandoci fra di esse, ci si chiede perché tutta quella rovina sia potuta succedere. A distruggerla possono essere state “cause naturali”, ma più spesso a portare alla rovina quella civiltà sono state le sue stesse contraddizioni interne, le sue lotte intestine, la sua decadenza morale e spirituale. Nonostante quelle che spesso erano le sue altisonanti pretese ed ambizioni, nessuna civiltà, impero o regime è mai durato a lungo; tutti sono finiti miseramente lasciandosi dietro solo rovine e desolazione. Ve ne chiedete il perché? “È caduta, è caduta Babilonia la grande! È diventata ricettacolo di demòni, covo di ogni spirito immondo, rifugio di ogni uccello impuro e abominevole” (Apocalisse 14:2). Come cristiani noi sappiamo che si tratta, in ultima analisi, dell’impietoso giudizio di Dio sull’arroganza umana, una lezione che gli iniziatori delle più varie “imprese” sembrano non voler mai imparare, dicendo, “a noi non capiterà”. Poveri illusi. Le “città dell’uomo” cadono regolarmente.
Che dire, però, quando a cadere è quella che si pensava essere “la città di Dio”? Dio stesso non aveva forse promesso che sarebbe rimasta stabile, che sarebbe stata protetta e preservata? Sì, certo, ma non incondizionatamente, perché anch’essa è destinata a cadere quando chi la abita non assolve alle precise condizioni che Dio le pone. È così che può cadere, ed è caduta più volte, anche “Gerusalemme” e tutto ciò che essa rappresenta. È così che può cadere anche una chiesa, o una denominazione cristiana, per quanta “gloria” possa avere avuto in passato, lasciandosi dietro soloc hiese vuote o in rovina, oppure portando ingannevolmente solo il nome della sua onorata tradizione, ma essendo diventata sostanzialmente “altro”. Quand’anche vantasse l’evangelica “indefettibilità”, questo non la rende esente dal giudizio di Dio. Si tratta di una realtà che solo gli illusi ed irresponsabili possono ignorare. Così scrive l’apostolo Pietro: “Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio?” (1 Pietro 4:7).

Il testo biblico

Contemplando profeticamente la sua prossima rovina, anche Gesù piange su Gerusalemme. Fa’ così eco alle lamentazioni degli antichi profeti d’Israele, come quella di Geremia, di cui abbiamo nella Bibbia il libro intitolato “Le lamentazioni”. Lo stesso accade in quelle che potremmo definire “Le lamentazioni di Isaia”, il testo biblico che esaminiamo quest’oggi. L’argomento è lo stesso: la distruzione di Gerusalemme da parte dei Caldei ed il peccato di Israele che l’ha causata. L’unica differenza è che Isaia la vede a distanza e la lamenta in spirito di profezia, mentre Geremia la vede realizzata. Ne leggiamo il testo tenendo presente che può avere, nel messaggio che comunica, due applicazioni: una per l’espressione storica del popolo di Dio (la chiesa dell’Antico Testamento e quella del Nuovo), e pure un chiaro messaggio che riguarda la condizione umana in generale. Il profeta non solo piange la rovina e ne indica le cause, ma guarda avanti allorché Dio, esprimendo non solo la Sua giustizia, ma anche la Sua misericordia, annuncia, nell’arrivo di un Salvatore, anche il ristabilimento e rinnovamento di ciò che era andato in rovina.

“(1) Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti. (2) Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l’acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te. (3) Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te. (4) Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all’infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui. (5) Tu vai incontro a chi gode nel praticare la giustizia, a chi, camminando nelle tue vie, si ricorda di te; ma tu ti sei adirato, perché abbiamo peccato nel tempo passato, ma noi saremo salvati. (6) Tutti quanti siamo diventati come l’uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento. (7) Non c’è più nessuno che invochi il tuo nome, che si risvegli per attenersi a te; poiché tu ci hai nascosto la tua faccia, e ci lasci consumare dalle nostre iniquità. (8)Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l’argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani. (9) Non adirarti fino all’estremo, o SIGNORE! Non ricordarti dell’iniquità per sempre; ecco, guarda, ti supplichiamo; noi siamo tutti tuo popolo. (10) Le tue città sante sono un deserto; Sion è un deserto, Gerusalemme è una desolazione. (11) La nostra santa e magnifica casa, dove i nostri padri ti celebrarono, è diventata preda delle fiamme, quanto avevamo di più caro è stato devastato. (12) Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o SIGNORE? Tacerai e ci affliggerai fino all’estremo?”

(Isaia 64).
In questo testo troviamo così’ prima di tutto il profeta che, impersonando l’ìntero popolo di Dio, guarda allibito la desolazione di Gerusalemme invocando l’intervento di Dio, la confessa come risultato del suo peccato ed invoca la misericordia di Dio.

Preghiera accorata

1. “Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti”.
Per chi ama il Signore, il declino morale e spirituale del Suo popolo ed i luoghi di culto abbandonati o, peggio, devastati, è uno spettacolo che spezza il cuore. Esso suscita l’anelito e la preghiera fervente che il Signore intervenga e torni a manifestare la Sua presenza ed opera potente com’era avvenuto nei momenti chiave della storia della Redenzione. Il profeta qui invoca Dio affinché faccia una nuova apparizione fra il Suo popolo così come avea fatto al Monte Sinai al tempo di Mosè ed in altre occasioni quando la presenza di Dio si fa così sensibile tanto da far tremare la terra. Quelli che dovrebbero tremare, di fatto, sono i cuori stessi del popolo di Dio compiacente che “dorme”, come pure quelli dei Suoi avversari che credono di poter sfidare Dio e frustrare impuniti i Suoi piani. L’invocazione a che i monti siano scrollati equivale, così, alla nostra espressione quando ci piacerebbe “prendere per il colletto” qualcuno e scrollarlo per vincere la sua inerzia e compiacenza verso il male, “scuoterlo dal sonno”, “fargli aprire gli occhi”. Spesso neanche la catastrofe stessa di un terremoto riesce a “scuotere” certe persone che si ostinano a rifiutare di ravvedersi e riconoscere la sovranità di Dio su di loro.
In Israele non ci sarebbe stata altra speciale visitazione di Dio, se non in Gesù Cristo, nel momento della Sua incarnazione come Salvatore, e poi negli ultimi tempi, nel momento del Suo ritorno come Giudice dei vivi e dei morti. Sono indubbiamente due momenti di crisi e di giudizio. “Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Giovanni 3:18).
2. “Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l’acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te”.
Le immagini del profeta non si limitano solo allo scuotimento del terremoto, ma al fuoco che brucia rami secchi e fa bollire l’acqua. Quante scorie devono infatti essere portate via e bruciate non solo per liberarci dal superfluo ma per fare una chiara distinzione fra buon grano e pula, fra buon grano e erbacce cattive, zizzanie. ”Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile” (Luca 3:17). “…E i servi del padrone di casa vennero a dirgli: “Signore, non avevi seminato buon seme nel tuo campo? Come mai, dunque, c’è della zizzania?” Egli disse loro: “Un nemico ha fatto questo”. I servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a coglierla?” Ma egli rispose: “No, affinché, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. Lasciate che tutti e due crescano insieme fino alla mietitura; e, al tempo della mietitura, dirò ai mietitori: ‘Cogliete prima le zizzanie, e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano, raccoglietelo nel mio granaio'”» (Matteo 13:27-30).
Isaia dice auspica che se Dio fosse apparso avrebbe dato fuoco al sottobosco della vita delle persone oppure portandole alla “bollitura” del giudizio. Allora la nazione avrebbe conosciuto chi davvero era Jahvé ed avrebbe tremato alla Sua presenza. Questa sua preghiera si realizza in Cristo allorché chi è convertito a Lui vede “bruciare” il suo stile di vita peccaminoso per poi diventare diventare ardente per il Signore, come pure quanto avverrà alla “resa dei conti finale”. Si potrebbe arrivare a dire: O bruciano oggi i tuoi peccati nel ravvedimento e nella fede in Cristo, o “brucerai” tu stesso nel giorno del giudizio finale. La preghiera ispirata di Isaia verrà realizzata.
3. “Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te”.
Il profeta è consapevole che Dio è davvero “il Dio delle sorprese”, dell’inaspettato. Il popolo di Dio che era giunto al Mar Rosso inseguito dall’esercito egiziano certo non si aspettava che Dio gli avrebbe miracolosamente aperto una via di fuga attraverso le acque ed era caduto nel terrore credendo ormai di finire ben presto massacrato, pentito di aver dato fiducia a quel “pazzo” e “sognatore” di Mosè. Allo stesso modo Faraone esultava, sicuro che il popolo di Israele, inesperto ed ingenuo, si fosse infilato in un vicolo cieco senza più scampo. Si sbagliavano: Dio è il Dio dell’inaspettato e chi “investe” con fiducia in Lui non rimarrà mai deluso: è un “rischio” che può prendersi!.
Isaia desiderava che invece di rimanersene quieto il Signore avesse fatto qualcosa di spettacolare, qualcosa che avrebbe mosso gli israeliti e le nazioni a rispettarlo. È un sentimento comprensibile, ma non si tratta di un pio desiderio, di un’illusione. La sua è una preghiera che si basa sulla fede nel Dio fedele alle Sue promesse. Dio non avrebbe forse agito nei termini “drammatici” auspicati, ma avrebbe sicuramente agito. Avrebbe agito in Cristo in modo potente, ma nascosto. Avrebbe agito attraverso il segno apparentemente contraddittorio e “debole” della croce, ma sarebbe stata un metodo indubbiamente potente. Lo stesso avrebbe fatto agendo attraverso la follia della predicazione dell’Evangelo: “Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio” (1 Corinzi 1:18).
Quante voilte, in certe situazioni, avremmo voluto che Dio avesse agito in maniera spettacolare e drammatica per sconfiggere il male, cambiare le circostanze e la gente, salvato i Suoi, invece di apparire come senza far nulla! Il Signore, però, non è vero che “non fa nulla”, ma agisce con fedeltà e nel modo migliore, anche se spesso capita che sia diversamente da come noi ci aspettiamo.
4. “Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all’infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui”.
Questa è infatti la fede del figliolo di Dio. Non è vano credere in Lui, sperare in Lui, pregare Lui. Isaia rispetta Jahweh perché sapeva chi Lui è, ma molti dei suoi contemporanei erano spiritualmente ciechi e sordi attendendosi che solo una rivelazione drammatica avrebbe loro giovato. “Mentre la gente si affollava intorno a lui, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; chiede un segno ma nessun segno le sarà dato, tranne il segno di Giona” (Luca 11:29).
È a questo punto che Dio, attraverso il profeta Isaia rivela chiaramente la condizione morale e spirituale del Suo popolo in quel tempo, quella che, essendo spiritualmente ciechi e sordi non vedevano, non comprendevano. È pure qui che pure, parallelamente, appare l’entità della situazione spirituale dell’umanità così come anche noi l’abbiamo sotto gli occhi.

Confessione onesta

1. “Tu vai incontro a chi gode nel praticar la giustizia, a chi, camminando nelle tue vie, si ricorda di te; ma tu ti sei adirato contro di noi, perché abbiamo peccato; e ciò ha durato da tanto tempo… sarem noi salvati?” (Isaia 64:5 Riv.)
Gll esseri umani erano stati creati per vivere in stretta comunione con Dio come suoi diretti e responsabili collaboratori e solo in Dio si trova il senso della loro vita. Pretendendo autonomia da Dio, però, essi si sono staccati da Lui volendo essere Dio e legge a loro stessi ed hanno così rovinato, guastato, corrotto la loro vita perdendone il senso ultimo. Nell’ambito di questa umanità rovinata e corrotta, Dio, però, si è scelto un popolo che tornasse ad essere quello che la creatura umana doveva essere sin dall’inizio. Redento dalla schiavitù del peccato, esso “cammina nelle vie di Dio” e, in comunione con Lui, “gode nel praticare la giustizia”, vale a dire nel fare ciò che è giusto ai Suoi occhi ed a Lui gradito. Esso è un popolo che serve la causa di Dio e, esemplificando, testimoniando, davanti al mondo intero, la causa di Dio, opera per chiamare uomini e donne di ogni nazione alla comunione salvifica con Dio. Il popolo di Dio è Dio e creatura umana che si incontrano, si stringono la mano, si rallegrano l’uno dell’altro e camminano insieme. Che accade, però, quando il popolo di Dio rinnega ed abbandona la sua vocazione e, invece di testimoniare uno stile di vita conforme alla volontà di Dio, si lascia attrarre, affascinare, dalle vie di questo mondo e lo segue? Inevitabilmente e per la logica stessa delle cose, ne condividerà la corruzione e cadrà nella stessa rovina. Il profeta sapeva che Dio sta in comunione con coloro che praticano la giustizia e si ricordano delle Sue vie per camminare in esse.
Quando il popolo redento di Dio “torna indietro” sulle vie che Dio gli aveva fatto abbandonare per salvarlo da sé stesso e dall’influenza corruttrice del mondo (pretendendo magari di continuare a chiamarsi “popolo di Dio” e di poter godere delle benedizioni di Dio) ci sarà ancora speranza per quel popolo? È la seria domanda che si pone il profeta Isaia in questo versetto, e che solo la versione italiana Riveduta /Luzzi rende accuratamente: saremo noi salvati? In che modo potremmo mai noi sperare di essere salvati?
È una domanda che si pone anche il Nuovo Testamento: “Se infatti, dopo aver fuggito le corruzioni del mondo mediante la conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo, si lasciano di nuovo avviluppare in quelle e vincere, la loro condizione ultima diventa peggiore della prima. Perché sarebbe stato meglio per loro non aver conosciuto la via della giustizia, che, dopo averla conosciuta, voltare le spalle al santo comandamento che era stato dato loro. È avvenuto di loro quel che dice con verità il proverbio: «Il cane è tornato al suo vomito», e: «La scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango»” (2 Pietro 2:20-22). C’è ancora speranza che Israele sia salvato, dato che aveva peccato così tanto (per così tanto tempo)? Questo loro peccato avesse fatto adirare Dio e l’ira di Dio è una realtà: guai a prenderla alla leggera!
2. “Tutti quanti siamo diventati come l’uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento”.
Il profeta qui afferma a chiare lettere che il peccato di Israele l’aveva così contaminata da metterla in una condizione apparentemente disperata. Non avrebbe nemmeno potuto smettere di peccare, Aveva una qualche speranza? Era impura come un lebbroso, che, secondo le prescrizioni rituali della legge divina, non poteva avvicinarsi al luogo santo del tempio. L’allontanamento dei lebbrosi non era solo di una misura sanitaria, ma di un fatto simbolico. Di fronte alla massima santità di Dio, alla Sua purezza, nessuno, così come sta, può anche solo avvicinarsi a Dio. Il profeta Abacuc afferma: “Tu, che hai gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male, e che non puoi tollerare lo spettacolo dell’iniquità” (Abacuc 1:13). L’immagine che qui viene tradotta come “abito sporco” potrebbe anche essere tradotta come “panno sporco di sangue mestruale”, cosa altrettanto repellente per le prescrizioni rituali di Israele.
L’immagine espressa dal profeta si estende anche oltre: il popolo di Dio non solo si è insozzato moralmente e spiiritualmente tanto da rendersi indegno di stare alla presenza di Dio e di pretendere le Sue benedizioni, ma è pure spiritualmente senza vita come una foglia morta su un albero, pronta ad essere portata via dal vento di ulteriori peccati.
L’immagine dell’abito sporco che ci rende indegni di comparire alla presenza di Dio è associata qui alla “giustizia”. Gli Israeliti del tempo di Isaia credevano magari di essere “almeno un po’ giusti” e che questo bastasse. Credevano che “sì… sì… non siamo perfetti, abbiamo dei difetti, ma in fondo facciamo quel che possiamo e questo dovrebbe bastare per essere graditi a Dio”. Tutti noi siamo campioni nel giustificarci e nel credere che Dio abbia stabilito un certo “ambito di tolleranza”, che Egli “chiuda un occhio”, che “in fondo” sia “buono” e pronto a tollerare e perdonare… Gli israeliti avrebbero dovuto però sapere che non è così, che Dio esige perfetta giustizia! Tutto il sistema dei sacrifici era inteso a rammentarlo loro. Essi dovevano portare continuamente sacrifici a Dio per il perdono dei loro peccati, e quei sacrifici dovevano essere di animali puri e senza difetto! Questo era un importante segnale indicatore non solo che dovevano purificarsi moralmente e spiritualmente ed essere puri di fronte a Dio, ma anche che un giorno vi sarebbe stato un sacrificio perfetto che avrebbe potuto far conseguire loro la perfetta giustizia di cui avevano bisogno, il purissimo “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.
L’immagine dell’abito sporco che ci rende indegni di stare alla presenza di Dio e la necessità di portare un “abito di giustizia” ritorna nel Nuovo Testamento. Che avviene, infatti, nella parabola di Gesù del banchetto di nozze, a colui che vi si presenza senza avere “l’abito adatto”? “Ora il re entrò per vedere quelli che erano a tavola e notò là un uomo che non aveva l’abito di nozze. E gli disse: “Amico, come sei entrato qui senza avere un abito di nozze?” E costui rimase con la bocca chiusa. Allora il re disse ai servitori: “Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti”. Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti»” (Matteo 22:11-14).
L’immagine dell’abito sporco e dell’inadeguatezza di ogni nostra giustizia per poter anche solo sperare di accedere alla presenza di Dio è rilevante per ogni uomo e donna che si illuda di “essere abbastanza bravo” o di aver fatto a sufficenza ciò che lo può salvare davanti a Dio. Credenti e non credenti di ogni tipo sono bravissimi a trovare modi per giustificarsi e di essere “a posto” o “in fondo perdonati”. Religioni intere, anche pseudo-cristiane, illudono i loro fedeli sulle opere che, a loro dire, farebbero “conquistare la salvezza”. Ogni nostra presunta giustizia, però, secondo la Parola di Dio, non è che “uno straccio immondo” qualunque siano le nostre pretese. Annunciando Cristo e rinunciando ad ogni personale pretesa di giustizia, l’apostolo Paolo scrive che la sua ambizione è “…di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3:9). La chiave della nostra salvezza, infatti, non si trova in quello che possiamo fare noi, non si trova nella nostra sapienza, giustizia, sforzi di santificazione o di auto-redenzione, ma nel “rivestirci di Cristo”, come l’Apostolo scrive ai cristiani di Corinto: “Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché, com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»” (1 Corinzi 1:30-31).
3. “Non c’è più nessuno che invochi il tuo nome,che si risvegli per attenersi a te; poiché tu ci hai nascosto la tua faccia, e ci lasci consumare dalle nostre iniquità”.
La realtà è quindi incontrovertibile per il profeta Isaia, ispirato da Dio di portare anche a noi il suo importantissimo messaggio. Nessuno degli israeliti sembrava abbastanza preoccupato sulla propria condizione spirituale da cercare veramente il Signore, invocando la Sua grazia ed il Suo intervento. Questo era comprensibile dato che Dio si era tanto nascosto al Suo popolo che essi non credevano che Egli avrebbe risposto neanche se Lo avessero pregato. In un altro capitolo Isaia afferma: “Dalla pianta del piede fino alla testa non c’è nulla di sano in esso: non ci sono che ferite, contusioni, piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né lenite con olio” (Isaia 1:6).
È la condizione umana:che l’apostolo Paolo ribadisce: “…abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, com’è scritto: «Non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno» (…) «Non c’è timor di Dio davanti ai loro occhi». Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato” (Romani 3:10-19).
Non c’è allora speranza per nessuno? Di fronte ai rigorosissimi criteri di salvezza posti da Gesù, i Suoi discepoli esclamano:“Chi dunque può essere salvato?” (Luca 18:26). Potremmo anche noi dirlo a questo punto. Tutta l’umanità è stata abbandonata alle tragiche conseguenze del peccato. Lo meriterebbe più che giustamente. A questo punto per Isaia pure c’è un “Tuttavia…”.

Appello fiducioso

1. “Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l’argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani”.
L’apostolo Paolo prosegue nel testo che abbiamo citato qui sopra dicendo: “Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono – infatti non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio – ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù” (Romani 3:20-23).
Dopo aver guardato alla condizione disperata del popolo di Dio Isaia guarda a Dio, a quello che Lui solo può fare. Isaia guarda alle promesse di Dio, alla Sua fedeltà, come Paolo che dice: “se lo rinnegheremo anch’egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2 Timoteo 2:13). Isaia invoca l’aiuto del Signore sulla base che Egli era stato quello stesso che, in fondo, aveva portato Israele all’esistenza stessa e ne era responsabile nonostante la sua condizione. “Tu, SIGNORE, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro” (63:16). Israele era come argilla inerte, ma Egli era il vasaio che l’aveva formato con le sue mani[6].
Se infatti non fosse per la misericordia di Dio che sovranamente plasma Egli stesso il fedele, rigenerandolo, ricreandolo, non ci sarebbe per noi speranza alcuna. Solo l’opera sovrana di Dio che rigenera il peccatore poteva ristabilire il popolo di Israele, come pure solo l’opera sovrana di Dio che rigenera può ricreare una creatura umana a Lui gradita. Questo Egli lo fa in Cristo attraverso l’opera dello Spirito Santo.
2. “Non adirarti fino all’estremo, o SIGNORE! Non ricordarti dell’iniquità per sempre; ecco, guarda, ti supplichiamo; noi siamo tutti tuo popolo”.
Isaia implora Dio di non dare corso ad un’ira estrema con Israele e di lasciarsi alle spalle la memoria dei suoi peccati semplicemente perché Israele è il popolo che Dio ha eletto. Sembra qui di sentire le espressioni di tanti Salmi della Bibbia che invocano il perdono di Dio sul Suo popolo non perché esso ne sia in qualunque modo meritevole, ma per “il nome” stesso di Dio, per la Sua gloria, per la Sua reputazione, affinché nessuno dei Suoi nemici rida dicendo che Egli non sia stato in grado di mantenere le Sue promesse e prevalere. Difatti dice:
3. “Le tue città sante sono un deserto; Sion è un deserto, Gerusalemme è una desolazione. La nostra santa e magnifica casa, dove i nostri padri ti celebrarono, è diventata preda delle fiamme, quanto avevamo di più caro è stato devastato”.
Gerusalemme era in rovina. Le sante città del Dio santo non riflettevano nulla della Sua grandezza. Che vergogna sarebbe stata! Il santo tempio era stato dato alle fiamme e le cose preziose ch’erano associate al culto di Jahvè erano state depredate o distrutte. Isaia parlava agli Israeliti dopo la loro deportazione. Essi non solo erano stati rovinati, ma anche svergognati. Non avrebbe voluto Dio fare qualcosa proprio perché la situazione che era sopravvenuta aveva influito così negativamente su di Lui stesso e sulle Sue promesse? Certo che no. Egli così salva loro e Gerusalemme non “per la loro bella faccia”, ma per Sé stesso, per il Suo nome. Questa era l’unica sua speranza. Questa è l’unica nostra speranza.
4. “Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o SIGNORE? Tacerai e ci affliggerai fino all’estremo?”.
No, Dio non sarebbe stato impassibile di fronte alle rovine ed alla desolazione di Gerusalemme e del Suo popolo. Ecco così che Isaia chiede a Dio, di fronte a questa situazione, di limitare la Sua pur giusta ira, a non rimanere impassibile ed intervenire. Sarebbe forse rimasto in silenzio di fronte alle preghiere del popolo e permesso che continuasse la loro afflizione oltre a quello che avrebbero potuto sopportare? Non avrebbe avuto compassione di loro? Il profeta Ezechiele scrive: “Così parla il Signore, DIO: ‘Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. Io santificherò il mio gran nome che è stato profanato fra le nazioni, in mezzo alle quali voi l’avete profanato; e le nazioni conosceranno che io sono il SIGNORE”, dice il Signore, DIO, ‘quando io mi santificherò in voi, sotto i loro occhi. Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni. (…) Io vi libererò da tutte le vostre impurità (…) farò moltiplicare il frutto degli alberi e il prodotto dei campi, affinché non siate più esposti alla vergogna della fame tra le nazioni. Allora vi ricorderete delle vostre vie malvagie e delle vostre azioni, che non erano buone, e avrete disgusto di voi stessi a motivo delle vostre iniquità e delle vostre abominazioni. Non è per amor di voi che agisco così”, dice il Signore, DIO, “siatene certi! Vergognatevi, e siate confusi a motivo delle vostre vie, o casa d’Israele!” (Ezechiele 36:22-32).

Conclusione

Le macerie e le rovine di una civiltà un tempo fiorente non lasciano mai indifferenti e, aggirandoci fra di esse, ci si chiede il perché tutta quella rovina sia potuta succedere. Le nostre “macerie” sono sempre il risultato del nostro peccato, sia come esseri umani che come popolo di Dio. L’antico popolo di Dio nella loro afflizione confessa e piange i loro peccati giustificando Dio nelle loro afflizioni, dichiarandosi indegni della Sua misericordia e quindi, umiliandosi, si prepara per esserne liberati, non perché siano bravi o se lo meritino, ma per la fedeltà e la gloria di Dio. Ora che stavano subendo le azioni disciplinari che il Signore aveva loro inflitto, non avevano altro in cui confidarsi che la misericordia di Dio. Non c’era alcuno, umanamente parlando, che avesse potuto aiutarli, nessuno che intercedesse per loro. Tutti quanti erano contaminati dal peccato e quindi indegni persino ad intercedere. Erano decaduti in una grave corruzione morale. Erano diventati come “l’uomo impuro”, come una persona che fosse contagiata dalla lebbra che ne devastava il corpo. Come tale non poteva essere ammesso ai cortili del tempio, come uno che afflitto da qualche malattia ripugnante. Noi tutti, a causa del peccato, siamo diventati non solo detestabili alla giustizia di Dio, ma odiosi alla Sua santità. Il peccato è quella cosa abominevole che Dio odia. Egli ha occhi troppo puri per sopportare la vista del male, non può tollerare lo spettacolo dell’iniquità.
Anche quella che noi riteniamo la nostra giustizia, di fronte a Dio non è che “un abito sporco”, stracci immondi. Siamo tutti così corrotti e contaminati che anche coloro che passano per “uomini giusti”, di fronte alla giustizia di Dio sono degni solo del deposito della spazzatura. Non c’è solo corruzione morale, ma anche il culto religioso che rendono a Dio è per Lui privo di valore, come offrirgli in sacrificio bestie cieche, zoppe e malate, quelle che ci costa poco offrirgliele. Sono per Dio solo una provocazione, “Gli fanno venire il voltastomaco”. Le nostre performance, sebbene possano essere per noi plausibili, se dipendiamo da essa come nostra giustizia e pensiamo che davanti a Dio siano meritevoli, sono solo stracci immondi che non ci coprono, non ci giustificano anzi, ci contaminano. L’antico popolo di Dio, e ciascuno di noi, avrebbe avuto un’unica speranza: quella del Cristo, della Sua giustizia, della Sua santità, accreditata a colui o colei che, rinunciando ad ogni propria giustizia, e confessando il Suoi peccati, accoglie Cristo come proprio Signore e Salvatore. È così che Dio gli accredita le Sue virtù. Il vero penitente, infatti, ha l’atteggiamento descritto da Isaia 30:22 “Considererete come cose contaminate le vostre immagini scolpite, ricoperte d’argento, e le vostre immagini fuse, rivestite d’oro; le getterete via come una cosa impura, «Fuori di qui!», direte loro”, odiosi solo a vedersi. I migliori doveri che pensiamo di assolvere sono difettosi e ben lontani da quelli che dovrebbero essere, così pieni di peccato e di marciume da essere simili a stracci immondi. Non così la giustizia di Cristo che dobbiamo invocare come unica nostra speranza. Che così possa essere per ciascuno di voi.
Paolo Castellina

“Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché, com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»” 
(1 Corinzi 1:30-31)

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